È un colpo duro per Israele, una vittoria storica per i palestinesi. Ma dura quanto l'amministrazione Obama: meno di un mese. Il gesto clamoroso dell'ambasciatrice di Obama all'Onu ha il valore di una testimonianza, tardiva anche se forte.
Rompendo con una tradizione americana, che pur condannando gli insediamenti illegali dei coloni si rifiutava di isolare Israele, l'America per la prima volta ha evitato di usare il suo diritto di veto. Ha quindi dato un via libera di fatto per la pesante condanna di Israele.
È un gesto che rimarrà agli atti. Ma Donald Trump ha già annunciato che anche in questo campo cancellerà subito l'eredita del suo predecessore. Non appena insediata, la nuova amministrazione promette la politica estera più filoisraeliana che sia mai stata attuata da Washington. Trump scavalcherà a destra Benjamin Netanyahu, come ha già dimostrato con la nomina del nuovo ambasciatore e la promessa di trasferire l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme.
Resta il rimpianto che il gesto di Obama sia giunto così tardi da risultare quasi velleitario dopo anni di inazione e di titubanze. Così tardivo da sembrare una ripicca finale contro quel Netanyahu che fece platealmente campagna elettorale per i repubblicani.
Quanto al resto del mondo, deve ora abituarsi a un'America che oscilla come un pendolo impazzito da un estremo all'altro, abbandonando qualsiasi parvenza di continuità bipartisan nella politica estera.
Non c'era mai stato un terremoto così violento nei passaggi da un'amministrazione all'altra. Di certo non su Israele, dove alcuni punti fermi per il processo di pace erano stati condivisi da Carter a Bush padre a Bill Clinton. Trump rovescia il tavolo, è questa la sua nuova regola del gioco. Non solo il mondo arabo ma anche gli europei si chiedono ora come aggiustarsi a questa "rivoluzione permanente", un termine che Trump ruba a Mao Zedong e Leone Trotsky.
Federico Rampini
(la Repubblica, 24 dicembre 2016)
Rompendo con una tradizione americana, che pur condannando gli insediamenti illegali dei coloni si rifiutava di isolare Israele, l'America per la prima volta ha evitato di usare il suo diritto di veto. Ha quindi dato un via libera di fatto per la pesante condanna di Israele.
È un gesto che rimarrà agli atti. Ma Donald Trump ha già annunciato che anche in questo campo cancellerà subito l'eredita del suo predecessore. Non appena insediata, la nuova amministrazione promette la politica estera più filoisraeliana che sia mai stata attuata da Washington. Trump scavalcherà a destra Benjamin Netanyahu, come ha già dimostrato con la nomina del nuovo ambasciatore e la promessa di trasferire l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme.
Resta il rimpianto che il gesto di Obama sia giunto così tardi da risultare quasi velleitario dopo anni di inazione e di titubanze. Così tardivo da sembrare una ripicca finale contro quel Netanyahu che fece platealmente campagna elettorale per i repubblicani.
Quanto al resto del mondo, deve ora abituarsi a un'America che oscilla come un pendolo impazzito da un estremo all'altro, abbandonando qualsiasi parvenza di continuità bipartisan nella politica estera.
Non c'era mai stato un terremoto così violento nei passaggi da un'amministrazione all'altra. Di certo non su Israele, dove alcuni punti fermi per il processo di pace erano stati condivisi da Carter a Bush padre a Bill Clinton. Trump rovescia il tavolo, è questa la sua nuova regola del gioco. Non solo il mondo arabo ma anche gli europei si chiedono ora come aggiustarsi a questa "rivoluzione permanente", un termine che Trump ruba a Mao Zedong e Leone Trotsky.
Federico Rampini
(la Repubblica, 24 dicembre 2016)