DELHI. L'ufficio è colorato, pieno di giovani al computer o impegnati in una riunione senza scarpe in un'accogliente sala con cuscini e gradoni. La sede di Medici senza frontiere (Msf) nella capitale indiana è un avamposto nel Paese che viene definito la "farmacia del terzo mondo". Il perché lo spiega Shailly Gupta, vice capo dell'associazione in India per la Campagna per l'accesso ai medicinali. «Fino al 2005, l'India non riconosceva i brevetti dei farmaci, e poco dopo l'uscita di quelli nuovi, le sue industrie iniziavano a produrre generici. Poi le cose sono cambiate, ma viene comunque adottata una politica restrittiva nel campo dei brevetti: viene riconosciuta l'originalità solo ai nuovi farmaci ritenuti realmente innovativi».
E per i prodotti anti epatite C?
«La situazione è un po' diversa. La casa farmaceutica Gilead ha fatto un accordo con l'India, dando la licenza volontaria a undici aziende di qui a patto che la vendita avvenga solo nel nostro Paese o in altri a basso reddito. Così i prezzi sono più bassi ma Gilead controlla comunque la distribuzione, evitando che avvenga in Stati a medio reddito dove applica prezzi maggiori. O almeno ci prova».
In che senso?
«Conosco associazioni indiane di sieropositivi che riescono ad acquistare grandi quantità di prodotto e a farli avere in qualche modo a malati di altri Paesi, dall'Australia alla Thailandia. A loro, una terapia costa circa 300 dollari».
Quanto è importante l'India per Msf?
«Fondamentale. Qui acquistiamo i medicinali per i nostri progetti in tutto il mondo. Penso a quelli per contrastare l'Hiv in Africa. Circa il 97% dei farmaci che usiamo vengono dall'India. Ora, proprio in questo ufficio, abbiamo avviato anche un'attività di fundraising cui lavorano tanti giovani. Cerchiamo di sensibilizzare i ricchi indiani a donare per i nostri progetti, qui e nel resto del mondo».
Qual è il vostro lavoro in campo farmaceutico?
«Ci schieriamo a fianco dei produttori di generici, facciamo ricorso contro i brevetti delle multinazionali, cerchiamo di convincere la politica a non cedere a Big Pharma. In India c'è grande sensibilità in questo senso, anche il primo ministro ha detto che proteggerà l'industria del generico. Comunque non dobbiamo mai abbassare la guardia». (mi.bo.)
(la Repubblica 30 gennaio)
E per i prodotti anti epatite C?
«La situazione è un po' diversa. La casa farmaceutica Gilead ha fatto un accordo con l'India, dando la licenza volontaria a undici aziende di qui a patto che la vendita avvenga solo nel nostro Paese o in altri a basso reddito. Così i prezzi sono più bassi ma Gilead controlla comunque la distribuzione, evitando che avvenga in Stati a medio reddito dove applica prezzi maggiori. O almeno ci prova».
In che senso?
«Conosco associazioni indiane di sieropositivi che riescono ad acquistare grandi quantità di prodotto e a farli avere in qualche modo a malati di altri Paesi, dall'Australia alla Thailandia. A loro, una terapia costa circa 300 dollari».
Quanto è importante l'India per Msf?
«Fondamentale. Qui acquistiamo i medicinali per i nostri progetti in tutto il mondo. Penso a quelli per contrastare l'Hiv in Africa. Circa il 97% dei farmaci che usiamo vengono dall'India. Ora, proprio in questo ufficio, abbiamo avviato anche un'attività di fundraising cui lavorano tanti giovani. Cerchiamo di sensibilizzare i ricchi indiani a donare per i nostri progetti, qui e nel resto del mondo».
Qual è il vostro lavoro in campo farmaceutico?
«Ci schieriamo a fianco dei produttori di generici, facciamo ricorso contro i brevetti delle multinazionali, cerchiamo di convincere la politica a non cedere a Big Pharma. In India c'è grande sensibilità in questo senso, anche il primo ministro ha detto che proteggerà l'industria del generico. Comunque non dobbiamo mai abbassare la guardia». (mi.bo.)
(la Repubblica 30 gennaio)