La prima terapia è parlare con i malati
Nel mio lavoro quotidiano di medico di base mi passa sotto gli occhi un susseguirsi incessante di dolori. «I nostri corpi sono stati regolati dall'evoluzione per vivere circa quarant'anni - spiego sempre io - e poi soccombere per effetto di un mammuth o di un microbo». Grazie a cent'anni di progressi sbalorditivi in campo medico, ora viviamo fino a ottant'anni e passa, ma l'evoluzione non si è ancora adeguata: le cartilagini delle nostre giunture cominciano ancora a logorarsi intorno ai quarant'anni, e siamo più obesi e sedentari di quanto eravamo un tempo, cosa che non aiuta.
ulla di strano, quindi, che l'artrite cronica e il mal di schiena occupino la seconda e la terza posizione fra le ragioni per cui le persone vanno dal dottore, e questi dolori costano all'America 635 miliardi di dollari ogni anno. Un aspetto che viene spesso trascurato è che una semplice conversazione tra dottore e paziente può avere un'efficacia analgesica equivalente a quella di tante terapie che prescriviamo.
Nel 2014, dei ricercatori canadesi hanno effettuato un interessante studio sul ruolo della comunicazione nella cura dei mal di schiena cronici. Metà dei pazienti partecipanti è stata sottoposta dai fisioterapisti a stimolazioni elettriche blande, mentre l'altra metà ha ricevuto stimolazioni fasulle (veniva svolta tutta la procedura, ma l'attrezzatura non era collegata alla corrente). La terapia finta - il placebo - ha avuto un'efficacia, ragionevole, con una riduzione dei livelli di dolore del 25 per cento, ma ancora meglio è andata ai pazienti sottoposti effettivamente alle stimolazioni, che hanno riscontrato un calo del dolore del 46 per cento: insomma, la terapia di per sé funziona. Ognuno dei due gruppi è stato diviso a sua volta in due sottogruppi di pari dimensioni: nel primo sottogruppo, la conversazione con il fisioterapista era limitata; nel secondo, il fisioterapista mostrava simpatia per la situazione del paziente e lo incoraggiava dicendo che stava migliorando. I pazienti sottoposti alla terapia fasulla, ma con un fisioterapista che si sforzava di comunicare attivamente con loro, hanno riferito una riduzione del dolore del 55 per cento. Questo è un risultato che dovrebbe far riflettere tutti gli operatori sanitari: la comunicazione da sola è stata più efficace che la terapia da sola. I pazienti sottoposti a stimolazione elettrica con fisioterapisti comunicativi in ogni caso sono quelli che hanno avuto, indiscutibilmente, i benefici migliori, con una riduzione del dolore del 77 per cento.
Questo tipo di studi fornisce la conferma concreta di quello che sciamani, stregoni e mistici assortiti sanno da millenni: una parte consistente della "terapia" è data dalla capacità di comunicare e stabilire un contatto con il paziente. (...)
È evidente che il modo in cui medici e infermieri comunicano la terapia può avere effetti profondi sui risultati per il paziente. Eppure la conversazione tra dottori e pazienti è uno degli aspetti più trascurati dell'assistenza sanitaria. La formazione del medici e degli altri professionisti del settore dovrebbe mettere le competenze comunicative sullo stesso piano di altre competenze cliniche. La conversazione sarà anche un placebo, ma se aiuta senza provocare danni, allora è medicina legittima. Dopo tutto, l'intero giuramento di Ippocrate ruota intorno al sollievo della sofferenza.
Danielle Ofri
L'autrice è assistente di Medicina all'Università di New York. Ha scritto il libro in uscita "What Patients Say; What Doctors Hear" da cui è stato adattato questo articolo.
(la Repubblica 29 gennaio)
Nel mio lavoro quotidiano di medico di base mi passa sotto gli occhi un susseguirsi incessante di dolori. «I nostri corpi sono stati regolati dall'evoluzione per vivere circa quarant'anni - spiego sempre io - e poi soccombere per effetto di un mammuth o di un microbo». Grazie a cent'anni di progressi sbalorditivi in campo medico, ora viviamo fino a ottant'anni e passa, ma l'evoluzione non si è ancora adeguata: le cartilagini delle nostre giunture cominciano ancora a logorarsi intorno ai quarant'anni, e siamo più obesi e sedentari di quanto eravamo un tempo, cosa che non aiuta.
ulla di strano, quindi, che l'artrite cronica e il mal di schiena occupino la seconda e la terza posizione fra le ragioni per cui le persone vanno dal dottore, e questi dolori costano all'America 635 miliardi di dollari ogni anno. Un aspetto che viene spesso trascurato è che una semplice conversazione tra dottore e paziente può avere un'efficacia analgesica equivalente a quella di tante terapie che prescriviamo.
Nel 2014, dei ricercatori canadesi hanno effettuato un interessante studio sul ruolo della comunicazione nella cura dei mal di schiena cronici. Metà dei pazienti partecipanti è stata sottoposta dai fisioterapisti a stimolazioni elettriche blande, mentre l'altra metà ha ricevuto stimolazioni fasulle (veniva svolta tutta la procedura, ma l'attrezzatura non era collegata alla corrente). La terapia finta - il placebo - ha avuto un'efficacia, ragionevole, con una riduzione dei livelli di dolore del 25 per cento, ma ancora meglio è andata ai pazienti sottoposti effettivamente alle stimolazioni, che hanno riscontrato un calo del dolore del 46 per cento: insomma, la terapia di per sé funziona. Ognuno dei due gruppi è stato diviso a sua volta in due sottogruppi di pari dimensioni: nel primo sottogruppo, la conversazione con il fisioterapista era limitata; nel secondo, il fisioterapista mostrava simpatia per la situazione del paziente e lo incoraggiava dicendo che stava migliorando. I pazienti sottoposti alla terapia fasulla, ma con un fisioterapista che si sforzava di comunicare attivamente con loro, hanno riferito una riduzione del dolore del 55 per cento. Questo è un risultato che dovrebbe far riflettere tutti gli operatori sanitari: la comunicazione da sola è stata più efficace che la terapia da sola. I pazienti sottoposti a stimolazione elettrica con fisioterapisti comunicativi in ogni caso sono quelli che hanno avuto, indiscutibilmente, i benefici migliori, con una riduzione del dolore del 77 per cento.
Questo tipo di studi fornisce la conferma concreta di quello che sciamani, stregoni e mistici assortiti sanno da millenni: una parte consistente della "terapia" è data dalla capacità di comunicare e stabilire un contatto con il paziente. (...)
È evidente che il modo in cui medici e infermieri comunicano la terapia può avere effetti profondi sui risultati per il paziente. Eppure la conversazione tra dottori e pazienti è uno degli aspetti più trascurati dell'assistenza sanitaria. La formazione del medici e degli altri professionisti del settore dovrebbe mettere le competenze comunicative sullo stesso piano di altre competenze cliniche. La conversazione sarà anche un placebo, ma se aiuta senza provocare danni, allora è medicina legittima. Dopo tutto, l'intero giuramento di Ippocrate ruota intorno al sollievo della sofferenza.
Danielle Ofri
L'autrice è assistente di Medicina all'Università di New York. Ha scritto il libro in uscita "What Patients Say; What Doctors Hear" da cui è stato adattato questo articolo.
(la Repubblica 29 gennaio)