Corso Biblico. Torino, 27.01.2017.
Deuteronomio
(Appunti presi dalla conferenza di Franco Barbero).
Si è già accennato nella scorsa riunione all'istituto delle Città rifugio, trattato nel capitolo 19. Si tratta di una istituzione comune a molte società medio orientali del tempo che costituiva una tutela di coloro che avevano commesso un delitto contro la tentazione della vendetta privata, molto forte nelle società di allora (ma non è forse così anche oggi?). Il procedimento punitivo veniva protratto per evitare gli errori e gli eccessi di una giustizia troppo rapida ed i rischi di una reazione emozionale. Il prendere tempo poteva inoltre dare la possibilità di un recupero e di approfondire le indagini. Introduceva un processo regolativo della giustizia, non per cancellarla, ma per renderla più umana.
Il divieto di spostamento fraudolento dei confini dei terreni (19, 14) sembra uno dei tanti precetti della legge, ma in realtà tocca un punto fondamentale del libro: l'uomo è essenzialmente relazione: tutto ciò che possediamo e di cui godiamo, anche gli oggetti più ordinari, lo abbiamo in qualche modo ereditato, qualcun altro ha lavorato per produrli, non abbiamo fatto tutto noi; nella vita non c'è autosufficienza, tutto nella vita è relazione e perciò nella vita è fondamentale avere il senso del dono e la gratitudine per chi ce l'ha procurato.
Il passo del cap. 19 dal v. 15 al 21 sulla falsa testimonianza parte da un atteggiamento di estrema correttezza (raccomandazione di compiere una indagine accurata dei fatti), ma termina con l'applicazione spietata della legge del taglione; qui il testo però va contestualizzato: la legge del taglione aveva una funzione pedagogica, perché poneva un limite ad una vendetta che tendeva ad essere eccessiva ed a protrarsi oltre ogni misura.
Il capitolo 20 offre un altro esempio di varietà di espressioni di umanesimo, da quelle più tolleranti (come il riconoscimento di varie forme di esenzione dall'obbligo di combattere i nemici, tra cui anche la mancanza di coraggio di affrontare i pericoli di una battaglia, v. 5 – 7, oppure il riconoscimento di valori ecologici come il rispetto degli alberi da frutto, vv. 18 - 20) a quella più violente, come l'invocazione allo sterminio dei nemici, vv. 16 - 18.
Come diceva rabbi Akiva che la Bibbia va girata in tutti sensi perché contiene tutta l'umanità nei suoi variegati e contraddittori aspetti. Nell'ottica della ricerca talmudica la Bibbia è un territorio da esplorare in tutte le sue parti, quelle sublimi e quelle più basse. Chi si concentra solo sulle parti gradevoli rischia di cadere nella trappola del dogmatismo. Va però anche precisato che Gesù attinse dalla parte più umana della Bibbia e ne fece l'oggetto della sua predicazione.
Il cap. 21 inizia con la illustrazione di un rito espiatorio per il caso di delitto commesso da ignoti. Si tratta di una tradizione molto antica che si basa sul presupposto che un reato non può restare impunito e che l'esigenza di fare giustizia impone che si compia un sacrificio immolando una giovenca che ha la funzione di solennizzare il fatto e ripristinare almeno simbolicamente la giustizia violata. Il capitolo tratta successivamente di varie questioni, i possibili rapporti con le donne dei nemici, secondo una visione di società patriarcale (vv. 10 - 14), misure a tutela del primogenito da cui si deduce che la poligamia era diffusa in Israele (vv. 15 - 17), il caso del figlio ribelle, che ha un esito tragico (18 - 21); va detto che le drastiche misure previste non erano per lo più applicate, erano soprattutto una minaccia, avevano una funzione di ammonimento ai fini di una buona educazione del figlio e di tutela della famiglia, istituzione fondamentale nella società israelita. Anche l'ipotesi prevista ai vv. 22 -23 (divieto di lasciare un condannato a morte appeso ad un albero durante la notte) doveva essere un caso molto raro, e riecheggia nell'episodio della sepoltura di Gesù descritta Gv. 19, 38 - 42.
Il cap. 22, vv. 1 – 4 prevede il caso di smarrimento di un capo di bestiame e prescrive l'obbligo di solidarietà nel riportarlo al legittimo proprietario, evitando la tentazione più subdola, quella di evitare la responsabilità fingendo di non vedere.
Le norme sull'abbigliamento delle donne (v. 5) ci fanno sorridere, ma ancora poco tempo fa anche da noi vi erano pregiudizi ridicoli (come la condanna delle donne che portano i pantaloni).
Il v. 6 che prescrive per chi trova un nido di uccellini di prendere solo i piccoli e lasciare salva la madre è una norma a tutela della continuazione della vita. I vv. 9 - 11 condannano le mescolanze, il che può far sorridere, ma il riferimento è probabilmente ai culti cananei idolatrici ed alle culture miste.
I vv. da 22 a 29 riguardano i rapporti sessuali e sono trattati con l'estrema severità delle società patriarcali, ma bisogna pensare che la convivenza civile richiede delle regole, qui si fa educazione civica.
Il capitolo 23, vv. 2 – 9 pone delle distinzioni tra categorie di amici e di nemici, i quali ultimi sono esclusi dalla comunità del popolo; le norme igieniche dettate dai vv. 10 e sgg. ed in particolare il divieto di lasciare escrementi nell'accampamento, sono un modo molto efficace per umanizzare il percorso della fede (gli Ebrei avevano la “preghiera dei fori” del corpo, la cui funzione è essenziale per la sopravvivenza), oltre che essere norme essenziali per la salute pubblica; inoltre qui Dio è presente concretamente nella vita della collettività (Dio passa in mezzo all'accampamento per salvare il popolo, v. 15), non è percepito come qualcosa di astratto.
Il v. 16 pone regole a tutela dello schiavo fuggiasco, un caso che doveva essere frequente nella società di allora; seguono regole sul divieto della prostituzione sacra e di condanna di coloro che ne lucravano (vv. 18 - 19), sul divieto del prestito ad interesse (peraltro non valido nei confronti degli stranieri, (vv. 20 - 21) e sui voti (vv. 22 - 24).
Deuteronomio
(Appunti presi dalla conferenza di Franco Barbero).
Si è già accennato nella scorsa riunione all'istituto delle Città rifugio, trattato nel capitolo 19. Si tratta di una istituzione comune a molte società medio orientali del tempo che costituiva una tutela di coloro che avevano commesso un delitto contro la tentazione della vendetta privata, molto forte nelle società di allora (ma non è forse così anche oggi?). Il procedimento punitivo veniva protratto per evitare gli errori e gli eccessi di una giustizia troppo rapida ed i rischi di una reazione emozionale. Il prendere tempo poteva inoltre dare la possibilità di un recupero e di approfondire le indagini. Introduceva un processo regolativo della giustizia, non per cancellarla, ma per renderla più umana.
Il divieto di spostamento fraudolento dei confini dei terreni (19, 14) sembra uno dei tanti precetti della legge, ma in realtà tocca un punto fondamentale del libro: l'uomo è essenzialmente relazione: tutto ciò che possediamo e di cui godiamo, anche gli oggetti più ordinari, lo abbiamo in qualche modo ereditato, qualcun altro ha lavorato per produrli, non abbiamo fatto tutto noi; nella vita non c'è autosufficienza, tutto nella vita è relazione e perciò nella vita è fondamentale avere il senso del dono e la gratitudine per chi ce l'ha procurato.
Il passo del cap. 19 dal v. 15 al 21 sulla falsa testimonianza parte da un atteggiamento di estrema correttezza (raccomandazione di compiere una indagine accurata dei fatti), ma termina con l'applicazione spietata della legge del taglione; qui il testo però va contestualizzato: la legge del taglione aveva una funzione pedagogica, perché poneva un limite ad una vendetta che tendeva ad essere eccessiva ed a protrarsi oltre ogni misura.
Il capitolo 20 offre un altro esempio di varietà di espressioni di umanesimo, da quelle più tolleranti (come il riconoscimento di varie forme di esenzione dall'obbligo di combattere i nemici, tra cui anche la mancanza di coraggio di affrontare i pericoli di una battaglia, v. 5 – 7, oppure il riconoscimento di valori ecologici come il rispetto degli alberi da frutto, vv. 18 - 20) a quella più violente, come l'invocazione allo sterminio dei nemici, vv. 16 - 18.
Come diceva rabbi Akiva che la Bibbia va girata in tutti sensi perché contiene tutta l'umanità nei suoi variegati e contraddittori aspetti. Nell'ottica della ricerca talmudica la Bibbia è un territorio da esplorare in tutte le sue parti, quelle sublimi e quelle più basse. Chi si concentra solo sulle parti gradevoli rischia di cadere nella trappola del dogmatismo. Va però anche precisato che Gesù attinse dalla parte più umana della Bibbia e ne fece l'oggetto della sua predicazione.
Il cap. 21 inizia con la illustrazione di un rito espiatorio per il caso di delitto commesso da ignoti. Si tratta di una tradizione molto antica che si basa sul presupposto che un reato non può restare impunito e che l'esigenza di fare giustizia impone che si compia un sacrificio immolando una giovenca che ha la funzione di solennizzare il fatto e ripristinare almeno simbolicamente la giustizia violata. Il capitolo tratta successivamente di varie questioni, i possibili rapporti con le donne dei nemici, secondo una visione di società patriarcale (vv. 10 - 14), misure a tutela del primogenito da cui si deduce che la poligamia era diffusa in Israele (vv. 15 - 17), il caso del figlio ribelle, che ha un esito tragico (18 - 21); va detto che le drastiche misure previste non erano per lo più applicate, erano soprattutto una minaccia, avevano una funzione di ammonimento ai fini di una buona educazione del figlio e di tutela della famiglia, istituzione fondamentale nella società israelita. Anche l'ipotesi prevista ai vv. 22 -23 (divieto di lasciare un condannato a morte appeso ad un albero durante la notte) doveva essere un caso molto raro, e riecheggia nell'episodio della sepoltura di Gesù descritta Gv. 19, 38 - 42.
Il cap. 22, vv. 1 – 4 prevede il caso di smarrimento di un capo di bestiame e prescrive l'obbligo di solidarietà nel riportarlo al legittimo proprietario, evitando la tentazione più subdola, quella di evitare la responsabilità fingendo di non vedere.
Le norme sull'abbigliamento delle donne (v. 5) ci fanno sorridere, ma ancora poco tempo fa anche da noi vi erano pregiudizi ridicoli (come la condanna delle donne che portano i pantaloni).
Il v. 6 che prescrive per chi trova un nido di uccellini di prendere solo i piccoli e lasciare salva la madre è una norma a tutela della continuazione della vita. I vv. 9 - 11 condannano le mescolanze, il che può far sorridere, ma il riferimento è probabilmente ai culti cananei idolatrici ed alle culture miste.
I vv. da 22 a 29 riguardano i rapporti sessuali e sono trattati con l'estrema severità delle società patriarcali, ma bisogna pensare che la convivenza civile richiede delle regole, qui si fa educazione civica.
Il capitolo 23, vv. 2 – 9 pone delle distinzioni tra categorie di amici e di nemici, i quali ultimi sono esclusi dalla comunità del popolo; le norme igieniche dettate dai vv. 10 e sgg. ed in particolare il divieto di lasciare escrementi nell'accampamento, sono un modo molto efficace per umanizzare il percorso della fede (gli Ebrei avevano la “preghiera dei fori” del corpo, la cui funzione è essenziale per la sopravvivenza), oltre che essere norme essenziali per la salute pubblica; inoltre qui Dio è presente concretamente nella vita della collettività (Dio passa in mezzo all'accampamento per salvare il popolo, v. 15), non è percepito come qualcosa di astratto.
Il v. 16 pone regole a tutela dello schiavo fuggiasco, un caso che doveva essere frequente nella società di allora; seguono regole sul divieto della prostituzione sacra e di condanna di coloro che ne lucravano (vv. 18 - 19), sul divieto del prestito ad interesse (peraltro non valido nei confronti degli stranieri, (vv. 20 - 21) e sui voti (vv. 22 - 24).
Questi capitoli oscillano e spesso scivolano nel banale. La Bibbia, con questi testi, ci offre una preziosa testimonianza di aderenza a tutta la realtà. Anche nella banalità occorre vivere al cospetto di Dio e la vita non è sempre sulle vette.
Guido Allice