Commento a Mt 11,16-19
All'inizio ho fatto un po' fatica a interpretare la similitudine proposta da Matteo. Mi ha rassicurato leggere che anche Rinaldo Fabris nel suo commentario afferma che questa similitudine non sembra a prima vista coerente. Non si capisce se "questa generazione" è paragonata ai fanciulli dentro la piazza che non vogliono stare al gioco o alle lamentele dei loro compagni che, seduti intorno alla piazza li invitano a giocare a simulare le nozze, danzando al suono del flauto, o a fare il funerale, lamentandosi e piangendo.
Dopo un po' però mi è parso più semplice non cercare di seguire in modo troppo "letterale" quello che Matteo ha scritto, cercando piuttosto di andare al nocciolo di quello che voleva esprimere. Quando parla di "questa generazione" si riferisce agli israeliti del tempo di Giovanni e Gesù che non hanno "capito" i loro messaggi. Matteo ci dice che la loro reazione è stata in entrambi i casi una reazione "fuori tempo". La maggioranza dei contemporanei e conterranei di Gesù e Giovanni non è riuscita a sintonizzarsi con il modo in cui Dio si è rivelato e ha agito nella storia tramite questi due profeti.
Da un lato non hanno colto l'importanza del richiamo alla rigorosità, alla coerenza, alla serietà e alla costanza dell'impegno che si è manifestata nell'ascetismo di Giovanni. Non riuscendo a capire il suo messaggio hanno finito per accusarlo di essere posseduto da un demonio.
Dall'altro lato hanno frainteso l'invito alla fiducia e al liberarsi dalle proprie prigioni, che è venuto da Gesù e dal suo Dio che perdona e ci è vicino. Non hanno capito la coerenza evangelica di Gesù, che lo ha spinto ad una sana rivisitazione delle regole e delle prassi ebraiche, a non perdersi in eccessi di burocrazia, tenendo piuttosto lo sguardo fisso sull'obiettivo del vivere già qui ed ora il regno di Dio.
Il suo invito alla creatività e alla gioia evangelica è stato letto negativamente come debolezza, di qui l'accusa di essere un mangione e un beone.
Matteo ci dice di non fermarci alla superficie, ma di intraprendere piuttosto un cammino senza mai perdere la sintonia con Dio, rimanendo "sincronizzati" con la sua volontà. Ci invita a mantenerci pronti, quando necessario, anche a cambiare direzione, a conservare la nostra capacità di convertirci, riadattandoci continuamente alla realtà mutevole, facendo sempre riferimento all'indicazione della bussola evangelica.
Dio ci chiama ad attualizzare continuamente il suo messaggio ad incarnarlo incessantemente nella realtà che muta. Se non si fa questo, si rischia di perdere la sintonia con Lui, di andare fuori tempo dimenticando ciò che è importante e perdendo un sacco di tempo in cose poco significative. Il brano si conclude con il versetto 19: "Ma alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere". Mi pare che con questa frase Matteo voglia dirci che ciò che più conta sono le opere, ovvero come si opera, quanto la nostra vita è coerente con il messaggio evangelico, quando siamo vicini a chi è oppresso, emarginato o escluso, quanto riusciamo a andare oltre i nostri piccoli interessi egoistici personali e di gruppo.
Potremmo dire, riprendendo una tematica emersa nella discussione di ieri pomeriggio, che non conta dove si opera, in una parrocchia cattolica, in una sinagoga, in un tempio valdese o nella sede di una comunità di base, ma come si opera, rimanendo calati nella propria realtà, in rapporto con le sue dinamiche mutevoli e sintonizzati col vangelo.
Francesco Giusti
All'inizio ho fatto un po' fatica a interpretare la similitudine proposta da Matteo. Mi ha rassicurato leggere che anche Rinaldo Fabris nel suo commentario afferma che questa similitudine non sembra a prima vista coerente. Non si capisce se "questa generazione" è paragonata ai fanciulli dentro la piazza che non vogliono stare al gioco o alle lamentele dei loro compagni che, seduti intorno alla piazza li invitano a giocare a simulare le nozze, danzando al suono del flauto, o a fare il funerale, lamentandosi e piangendo.
Dopo un po' però mi è parso più semplice non cercare di seguire in modo troppo "letterale" quello che Matteo ha scritto, cercando piuttosto di andare al nocciolo di quello che voleva esprimere. Quando parla di "questa generazione" si riferisce agli israeliti del tempo di Giovanni e Gesù che non hanno "capito" i loro messaggi. Matteo ci dice che la loro reazione è stata in entrambi i casi una reazione "fuori tempo". La maggioranza dei contemporanei e conterranei di Gesù e Giovanni non è riuscita a sintonizzarsi con il modo in cui Dio si è rivelato e ha agito nella storia tramite questi due profeti.
Da un lato non hanno colto l'importanza del richiamo alla rigorosità, alla coerenza, alla serietà e alla costanza dell'impegno che si è manifestata nell'ascetismo di Giovanni. Non riuscendo a capire il suo messaggio hanno finito per accusarlo di essere posseduto da un demonio.
Dall'altro lato hanno frainteso l'invito alla fiducia e al liberarsi dalle proprie prigioni, che è venuto da Gesù e dal suo Dio che perdona e ci è vicino. Non hanno capito la coerenza evangelica di Gesù, che lo ha spinto ad una sana rivisitazione delle regole e delle prassi ebraiche, a non perdersi in eccessi di burocrazia, tenendo piuttosto lo sguardo fisso sull'obiettivo del vivere già qui ed ora il regno di Dio.
Il suo invito alla creatività e alla gioia evangelica è stato letto negativamente come debolezza, di qui l'accusa di essere un mangione e un beone.
Matteo ci dice di non fermarci alla superficie, ma di intraprendere piuttosto un cammino senza mai perdere la sintonia con Dio, rimanendo "sincronizzati" con la sua volontà. Ci invita a mantenerci pronti, quando necessario, anche a cambiare direzione, a conservare la nostra capacità di convertirci, riadattandoci continuamente alla realtà mutevole, facendo sempre riferimento all'indicazione della bussola evangelica.
Dio ci chiama ad attualizzare continuamente il suo messaggio ad incarnarlo incessantemente nella realtà che muta. Se non si fa questo, si rischia di perdere la sintonia con Lui, di andare fuori tempo dimenticando ciò che è importante e perdendo un sacco di tempo in cose poco significative. Il brano si conclude con il versetto 19: "Ma alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere". Mi pare che con questa frase Matteo voglia dirci che ciò che più conta sono le opere, ovvero come si opera, quanto la nostra vita è coerente con il messaggio evangelico, quando siamo vicini a chi è oppresso, emarginato o escluso, quanto riusciamo a andare oltre i nostri piccoli interessi egoistici personali e di gruppo.
Potremmo dire, riprendendo una tematica emersa nella discussione di ieri pomeriggio, che non conta dove si opera, in una parrocchia cattolica, in una sinagoga, in un tempio valdese o nella sede di una comunità di base, ma come si opera, rimanendo calati nella propria realtà, in rapporto con le sue dinamiche mutevoli e sintonizzati col vangelo.
Francesco Giusti