La bozza del nuovo regolamento per i campi rom di Torino non convince don Fredo Olivero, una vita a fianco degli ultimi e delegato negli anni Ottanta dal sindaco Diego Novelli a occuparsi di quella che stava diventando l'"emergenza nomadi". «Basterebbe far rispettare le leggi e le regole che già ci sono» ragiona valutando quanto proposto, martedì sera, dalla sindaca Chiara Appendino in un infuocato consiglio aperto della Circoscrizione 6. A protestare c'erano anche i familiari di Oreste Giagnotto, il 58enne ucciso da un van guidato con ogni probabilità da una abitante del campo di strada dell'Aeroporto: uno degli insediamenti dove saranno applicate le nuove norme che i 5Stelle puntano ad approvare entro settembre, e dove sarà obbligatorio pagare un canone di 600 euro annui: «Anziché introdurre balzelli ad hoc sarebbe importante fargli pagare l'acqua e la luce, cosa che è non riuscita a nessuna delle giunte precedenti - dice Olivero - Il problema è che si stanno dicendo tutte cose assolutamente non vere».
Cos'ha sentito che non le è piaciuto?
«Mi sembra incredibile che si sostenga che non ci sono regolamenti. A Torino esiste dal 1987 l'elenco di tutti i nomadi che chiedono accesso ai servizi. L'amministrazione comunale ha tutti i nominativi, sia di quelli regolari sia di quelli abusivi, però non si sono mai fatte rispettare le regole, né li si è coinvolti. I campi sono stati abbandonati non dall'ultima giunta, ma da quelle degli ultimi vent'anni».
Qual è il problema?
«La nota di fondo è che se loro non diventano parte della gestione non si risolverà mai la questione. Faccio un esempio: se non gli si fa pagare le utenze non impareranno mai che l'acqua è una risorsa e continueranno a sprecarne, lasciando le pompe aperte tutto il giorno, con un costo enorme per la collettività. I campi rom in questo momento costano più che se dessimo una casa a ciascuno di loro».
Perché non si riesce a far rispettare le regole?
«Da un lato mancano i fondi, ma i soldi non sono mai stati il vero problema: è colpa della "non politica" di questi anni e di chi pensa di risolvere i loro problemi, senza coinvolgerli. Non possiamo essere noi a far le cose al posto loro, ma non capisco perché i bambini li facciano vaccinare, però poi non li mandino a scuola. Ormai abbiamo quasi tre generazioni di semianalfabeti che vivono nei campi».
Cosa si può fare per i roghi che tanto preoccupano i cittadini?
«Hanno sempre bruciato i fili di rame e le gomme, ma bisogna anche dire che tutta Torino per 50 anni è andata a scaricare in via Germagnano. Ci vuole serietà: ancor prima che ci fosse l'Amiat là già scaricavano immondizia e anche, le aziende, materiali inquinanti. I roghi se si vuole si può controllarli, ma bisogna deciderlo e intervenire. Ci sono 4 o 5 famiglie che gestiscono tutto, ma sono quelle che fanno anche da referenti della polizia municipale. Ci vuole la volontà di stoppare questa abitudine. Nei campi c'era una democrazia, ma ora è una dittatura».
I campi sono da chiudere?
«Ci vuole un nuovo modello anche per i campi e il nuovo modello non può che partire da chi li abita e da chi lavora con loro. Lì dentro c'è grande corruzione e pagano sempre i poveretti».
Jacopo Ricca
(La Repubblica 27 luglio)
Cos'ha sentito che non le è piaciuto?
«Mi sembra incredibile che si sostenga che non ci sono regolamenti. A Torino esiste dal 1987 l'elenco di tutti i nomadi che chiedono accesso ai servizi. L'amministrazione comunale ha tutti i nominativi, sia di quelli regolari sia di quelli abusivi, però non si sono mai fatte rispettare le regole, né li si è coinvolti. I campi sono stati abbandonati non dall'ultima giunta, ma da quelle degli ultimi vent'anni».
Qual è il problema?
«La nota di fondo è che se loro non diventano parte della gestione non si risolverà mai la questione. Faccio un esempio: se non gli si fa pagare le utenze non impareranno mai che l'acqua è una risorsa e continueranno a sprecarne, lasciando le pompe aperte tutto il giorno, con un costo enorme per la collettività. I campi rom in questo momento costano più che se dessimo una casa a ciascuno di loro».
Perché non si riesce a far rispettare le regole?
«Da un lato mancano i fondi, ma i soldi non sono mai stati il vero problema: è colpa della "non politica" di questi anni e di chi pensa di risolvere i loro problemi, senza coinvolgerli. Non possiamo essere noi a far le cose al posto loro, ma non capisco perché i bambini li facciano vaccinare, però poi non li mandino a scuola. Ormai abbiamo quasi tre generazioni di semianalfabeti che vivono nei campi».
Cosa si può fare per i roghi che tanto preoccupano i cittadini?
«Hanno sempre bruciato i fili di rame e le gomme, ma bisogna anche dire che tutta Torino per 50 anni è andata a scaricare in via Germagnano. Ci vuole serietà: ancor prima che ci fosse l'Amiat là già scaricavano immondizia e anche, le aziende, materiali inquinanti. I roghi se si vuole si può controllarli, ma bisogna deciderlo e intervenire. Ci sono 4 o 5 famiglie che gestiscono tutto, ma sono quelle che fanno anche da referenti della polizia municipale. Ci vuole la volontà di stoppare questa abitudine. Nei campi c'era una democrazia, ma ora è una dittatura».
I campi sono da chiudere?
«Ci vuole un nuovo modello anche per i campi e il nuovo modello non può che partire da chi li abita e da chi lavora con loro. Lì dentro c'è grande corruzione e pagano sempre i poveretti».
Jacopo Ricca
(La Repubblica 27 luglio)