Newsletter n. 66 del 9 febbraio 2018
Cari Amici,
prendendole dal sito del ministero dell’Istruzione, ”la Repubblica” ha
messo in pagina ieri, 8 febbraio, le tavole della vergogna. Sono le
pubblicità con cui grandi istituti scolastici, orrendamente trasformati
in aziende in concorrenza tra loro, si offrono ai possibili studenti e
alle loro famiglie vantando la propria eccellenza col dire “Qui niente
poveri né disabili”: la pubblicità classista dei licei, titola “la
Repubblica”.
Il liceo Visconti di Roma così si raccomanda: “Le famiglie che scelgono
il liceo sono di estrazione medio-borghese, per lo più residenti in
centro. Tutti gli studenti, tranne un paio, sono di nazionalità italiana
e nessuno è diversamente abile”; tradotto: né immigrati né
handicappati. “La percentuale di alunni svantaggiati per condizione
familiare è pressoché inesistente”, e tutto ciò, secondo la scuola,
“favorisce il processo di apprendimento”.
Il liceo Andrea D’Oria di Genova si pavoneggia per l’assenza di poveri e
disagiati, di nomadi o studenti di zone particolarmente svantaggiate;
qui “il contributo economico delle famiglie sostiene adeguatamente
l’ampliamento dell’offerta formativa”.
Il Parini di Milano si vanta del fatto che i suoi studenti hanno, “per
tradizione, una provenienza sociale più alta rispetto alla media”.
Il “Giuliana Falconieri”, a Roma-Parioli, la mette così: “Gli studenti
del nostro istituto appartengono prevalentemente alla medio-alta
borghesia romana. Non sono presenti né studenti nomadi né provenienti da
zone particolarmente svantaggiate”. È vero però che “negli anni sono
stati iscritti figli di portieri e/o custodi di edifici del quartiere”, e
ciò fa problema, perché “data la presenza quasi esclusiva di studenti
provenienti da famiglie benestanti, la presenza seppur minima di alunni
provenienti da famiglie di portieri o di custodi comporta difficoltà di
convivenza dati gli stili di vita molto diversi”; come a dire: non lo
faremo più. Il sistema scolastico del futuro dovrà ben distinguere tra
scuole e discariche.
Redarguiti sui “social” per queste credenziali, i capi d’istituto si
difendono dicendo che è il Ministero ad aver incluso questi elementi di
giudizio nel questionario fornito alle scuole come base per redigere il
loro “Rapporto di autovalutazione”.
Ma non è un incidente di comunicazione questo. È la
istituzionalizzazione dello scarto, di cui sempre parla il papa, è il
passaggio dalla società dell’uguaglianza, che sta scritta nella
Costituzione, alla società della selezione, che si sta scrivendo nelle
cose, e che è pronta ad esplodere.
Ma la selezione nella scuola, togliendo gli uni alla vista degli altri
fa a pezzi la realtà, la rende irriconoscibile ed è perciò precisamente
l’opposto di ciò che serve al processo formativo. E se la scuola, che è
l’embrione della società, torna ad essere pensata in termini di
selezione e di esclusione, vuol dire che così è pensata anche la
società: non solo Roma, Milano o Genova, ma l’Italia, l’Europa, il
mondo.
Una delle lotte del 68, quella rivoluzione incompiuta del Novecento, fu
per l’integrazione scolastica: essa portò i bambini handicappati non
solo nelle scuole di tutti, ma al centro del programma educativo, e
nello stesso tempo portò i bambini non disabili a integrarsi senza paure
e senza crisi di rigetto in una società di eguali e diversi. Non era
una novità che riguardasse solo la scuola, era un cambiamento della
politica e della società. C’è un vecchio libro del 2003, “Prima che
l’amore finisca”, in cui quella storia è rievocata in un capitolo
intitolato “Giuliana. Nessuno escluso”.
Ne ripubblichiamo ora le parti essenziali nel nostro sito, perché
dall’apologo del bambino disabile messo al centro della classe,
discendeva l’idea, ostica alla modernità, che o Dio è messo al centro
della vita o non sta da nessuna parte, e che o i poveri si mettono al
centro della società o si perdono, ma il mondo si perde con loro. E ne
nasceva un discorso che, fatto allora, apre uno squarcio sulla
situazione di oggi, a partire dalle scelte catastrofiche dell’America
che con le armi voleva “estirpare il male” e dal dramma dell’Occidente
che dopo avere abbandonato il pensiero della diseguaglianza vi è tornato
giungendo a promuovere e a presidiare un mondo che discrimina tra gli
eletti e gli esclusi, sia dentro che fuori i propri confini e i propri
litorali: un mondo senza più diritto d’asilo.
Contro una politica oggi in atto di elezione e di esclusione pubblichiamo anche una lettera firmata da molti ebrei italiani, “amici di Israele”, al primo ministro Netanyahu perché non espella i rifugiati eritrei e sudanesi.
È anche riportato nel sito un documento di “Noi siamo Chiesa”
in cui si chiede un’attuazione non riluttante e avara della legge sul
“fine vita”, nonostante le polemiche ancora accese in una parte del
mondo cattolico.
Con i più cordiali saluti
www.chiesadituttichiesadeipoveri.it |
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