sabato 10 febbraio 2018

Rohingya «rimpatrio» dopo la fuga

L'esilio è finito? Il Bangladesh e la Birmania il 16 gennaio si sono messi d'accordo sul rientro in Birmania dei Rohingya fuggiti. E ciò, «entro due anni». Il Bangladesh avrebbe voluto un rientro più rapido dei rifugiati, arrivati da meno di un anno sul suo territorio in numero di circa 650.000 e, tra loro, 379 mila bambini. Ma Médecins sans frontières aggiunge, per la comprensione del contesto, che sono stati almeno 6.700 i Rhongya uccisi in Birmania nelle ultime sommosse e il pericolo permane. Ricordiamo, erano fuggiti in Bangladesh, a motivo delle crudeli persecuzioni dei militari che avevano anche bruciato i loro villaggi. E non sono mancate le persecuzioni dei buddhisti.
Saranno costruiti cinque campi profughi ai confini, per monitorare la situazione. Le operazioni dovrebbero cominciare al più presto. Molti rifugiati, in verità, non vorrebbero tornare sul luogo di tanta sofferenza e brutti ricordi di ciò che è stata definita e attuata «epurazione etnica». Il problema non è solo logistico, ma di dignità umana, di emozioni indimenticabili, di rischio di non trovare braccia aperte, ma manifestazioni di odio degli ex vicini arakani che in certi casi hanno partecipato a esecuzioni sommarie militari. Il primo rimpatrio sarà di circa trentamila persone che saranno ulteriormente collocate in case costruite per rifugio ai rimpatriati. Ma quale rimpatrio? Per quale patria, se nella fuga si sono persi tanti documenti? Se la persona umana ha bisogno di relazioni e non solo di pane, ma di riconoscimento e di amore?
Anna Portoghese

(Rocca 1 febbraio)