martedì 13 febbraio 2018

LA SVOLTA DI FRANCESCO SU CHIESA E CINA

Anche chi conosce la Cina non ha sentito nominare spesso Shantou e Mindong. Tanto meno le diocesi di Shantou e Mindong. Eppure quelle due città rimarranno nella storia perché sono quelle nelle quali da poco è stata compiuta una operazione ecclesiastica delicatissima e dai significati immensi. Apparentemente nulla di che. Due presuli vegliardi e venerati, sono stati sostituiti da due più giovani, come vuole il diritto. Eppure, mentre i due dimissionari non erano mai stati accettati dal governo pur non essendo certo dei "clandestini", i due nuovi vescovi sono stati presi fra quelli che Pechino ha approvato e che ha fatto consacrare vescovi senza attendere il mandato papale.
Questo "trapianto di vescovo" è la prova tanto attesa che l'accordo fra Cina e Vaticano esiste (che sia scritto non è necessario), funziona e che il suo obiettivo - che non è quello di lisciare il pelo al lupo, ma di favorire la riconciliazione fra le pecore - è raggiungibile. Se però serviva una conferma del passo ulteriore e potenzialmente definitivo della "concordia" sino-vaticana, questa è venuta dal furore del cardinale Zen. L'anziano porporato di Hong Kong, temo in buona fede, ha rivelato/ manipolato i contenuti di un suo colloquio a quattr'occhi con il pontefice.
Applaudito dall'ultradestra cattolica di Steve Bannon e dai suoi emuli nostrani, ha detto, in sostanza, che il papa è uno sciocco circondato da collaboratori infidi e un cinico che non sa riconoscere un regime persecutore. Zen non vede certo, come Romano Prodi, l'urgenza di agire prima che la montante cultura "imperiale" della Cina riemerga irreversibile. Pensa che l'anticomunismo, che almeno aveva un antagonista vero durante la effimera Dinastia Mao, possa funzionare nella nuova Dittatura dell'Armonia. E si rende utile a chi fabbrica caricature denigratorie sulla chiesa divisa e contro Francesco, a chi ha perso il conclave, a chi prepara il prossimo e a chi pragmaticamente attende l'imminente avvicendamento dei vari capi dicastero di curia oggi sull'orlo della pensione.
Lo scontro, dunque, è la riprova indiretta di un passo storico che ha una spiegazione semplice. Tutti sanno che quando la chiesa guarda solo al vangelo finisce sempre per incidere sulla storia profonda e perfino sull'alta politica (viceversa quando pensa troppo o solo alla politica si disfà nella lebbra bigotta che la porta alla irrilevanza). Nella caparbietà evangelica con cui Francesco e i suoi uomini hanno perseguito l'accordo con la Cina c'è la convinzione di farsi guidare dalla millenaria storia del Cristo in Cina e non dall'uso del cattolicesimo come "correlato religioso" (come dice Gianni Valente) dell'ideologia occidentale.
Francesco pensa che la chiesa abbia bisogno della fede dei credenti cinesi, che i cattolici cinesi ne possano guadagnare in unità e il mondo in pace. Entrando così sulla scena internazionale, senza fini di potenza e testate atomiche, irrita l'ultradestra cattolica, americana e non, che investe nel propalare attacchi al papa ovunque: da Google che a chi, come me, è profilato come un potenziale lettore di cose sul papa propone sempre come prima notizia qualche frase di Libero, fino ai seminari cinesi, anche grazie a chi ( come Zen), fa catechismo antibergogliano ai vescovi.
Francesco non arretra - e con lui i suoi diplomatici - dal disegno di pace e unità. E con questo vuole posizionare il cattolicesimo dentro quella "terza guerra mondiale a capitoli" che tutti citano come se fosse una formula e non una fotografia di un disastro che non morderà per sempre lontano da chi oggi lo vede distante.
Alberto Melloni

(la Repubblica 3 febbraio)