sabato 14 aprile 2018

«I draghi possono essere uccisi»
(GK Chesterton)

Oggi è Pasquetta. Il cielo è limpido. Le montagne attorno a Pinerolo sorridono. L'aria è tiepida. Vorrei tanto andare a fare una camminata in montagna, ma gli impegni non me lo permettono. Guardo dalla finestra il bellissimo campanile di S. Maurizio che là, in alto, fa da sentinella sulla città. Oggi sembra dirmi: «Guarda in alto, allarga il tuo orizzonte». Hai ragione, caro campanile! Devo guardare in alto, guardare oltre, guardare più in là. Non sempre è facile. Eppure è ciò che ho vissuto nelle celebrazioni di Pasqua. In mille modi quelle celebrazioni mi hanno aiutato a mettere in pratica il grido che ho scritto la settimana scorsa: «Questa maledetta notte dovrà pur finire!». Tante persone in questi giorni mi hanno confidato le loro fatiche: una giovane mamma che sta lottando contro il cancro, un universitario che non riesce a concludere gli studi, un vedovo per il quale è notte anche di giorno… Tutti che si trovano dentro una faticosissima notte. Provo a dir loro parole di speranza. Ma sento nell'anima il loro dolore, la loro angoscia. Nella notte è così difficile guardare l'alba, credere all'aurora. Così mi viene in mente una bella espressione di Chesterton: «Le favole non dicono ai bambini che esistono i draghi, i bambini già sanno che esistono; le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere uccisi». Verissimo. La favola di Cappuccetto rosso non ci insegna che esiste il lupo, ma che alla fine il cacciatore è in grado di ucciderlo. E la favola del cavaliere che va alla ricerca della sua bella principessa non ci insegna che esiste il drago che gli sbarra la strada, ma che lui riuscirà ad ucciderlo. Le favole non descrivono semplicemente la realtà, ma aprono uno spiraglio di luce. Certo raccontano la realtà con i suoi lati malvagi (il lupo, il drago), ma aiutano soprattutto ad intravvedere le possibilità di bene e di bello, la possibilità della vittoria del bene sul male. Per aiutarci a reggere, a non mollare, a crederci ancora. Certo tu dirai: «Ma queste sono favole!». No, amico mio. Le favole non sono "semplicemente favole", ma la descrizione del nostro desiderio più profondo, più vero: «Che ci sia un senso a tutto questo, che ci sia un senso alla mia vita, che ci sia una via di uscita da ogni notte, che l'ingiustizia non sia l'ultima parola, che la morte non sia l'ultima parola». Questo è il desiderio più vero che portiamo in cuore, tutti. Ed è alla radice di ogni nostra ricerca, delle nostre lotte, della nostra testarda tenacia. Ed è alla radice della nostra grandezza. Proprio come diceva il filosofo M. Heidegger: «La grandezza dell'uomo si misura in base a quel che cerca e all'insistenza con cui egli resta nella ricerca». La festa di Pasqua ha preso in mano questo desiderio profondamente umano e ci ha festosamente gridato: «C'è una vittoria che sostiene tutta la tua ricerca, anche nella notte più buia: il Signore è risorto, il Mostro è stato sconfitto». Non mollare!
Olivero Derio, vescovo

(L'Eco del Chisone 4 aprile)