Corso
Biblico. Torino, 23.03.2018.
II
libro di Samuele.
(Appunti
presi durante la conferenza di don Franco Barbero).
Siamo
ai capitoli 11 e 12 del secondo libro di Samuele che contengono una
narrazione molto nota e carica di significato. Si è visto che i
libri di Samuele sono percorsi da una tensione dialettica tra due
sensibilità: da una lato la celebrazione della regalità e
dall'altra la visione profetica. Da un lato queste pagine vogliono
essere l'epica della monarchia, come forma necessaria di governo del
popolo, voluta da Dio come organizzazione politica che crei le
condizioni favorevoli ad una vita felice di Israele come è la
volontà di Dio; dall'altro la visione profetica smaschera senza
ipocrisie e con il coraggio di non nascondere la verità la cruda
realtà fatta di intrighi di corte, infedeltà, abusi di potere
smentendo senza mezzi termini l'intento celebrativo e mettendo a nudo
un quadro esistenziale sconvolgente.
L'episodio
dell'innamoramento di Davide per Betsabea e dell'intrigo per far
morire il marito Uria descritto al capitolo 11 costituisce uno di
questi momenti di basso profilo. Già
l'inizio del capitolo è un poco promettente richiamo al “tempo in
cui i re sono soliti andare alla guerra”. L'episodio si snoda in un
crescente contrasto tra l'opportunismo criminale di Davide e la
rettitudine morale di Uria. Il finale (vv. 26, 27) è un teatrino di
ipocrisia. Ma come sempre nella Bibbia Dio si dimostra instancabile
nell'amore e anche di fronte alle peggiori infedeltà prende
l'iniziativa e manda il profeta Natan che con l'atteggiamento tipico
dei profeti punta il dito senza ambiguità contro il colpevole: “Tu
sei quell'uomo!” (12, 7). Ma la trasgressione esige sempre, secondo
la cultura del tempo, la punizione; la benedizione si allontana e la
conseguenza è spietata: il figlio concepito da Betsabea da Davide
dovrà morire ed erede sarà un altro figlio concepito in tempo
successivo dalla stessa Betsabea.
Per
non fraintendere il testo si tratta qui, come in molti altri episodi
biblici, di contestualizzare la narrazione attraverso il metodo
storico critico di lettura. La visione di Dio è qui filtrata dalla
mentalità del tempo e va “purificata”. Il messaggio di fondo è
che Dio continua ad amare l'umanità ed invita a guardare avanti;
nella storia c'è sempre un Natan che consente di non interrompere
l'ascolto di Dio; ma va evitato l'errore tipico della mentalità di
allora di implicare Dio nelle vicende storiche umane e nel dare una
giustificazione teologica dei fatti che non si riescono a spiegare.
Per non cadere nel fondamentalismo bisogna non tirare in ballo Dio
per giustificare azioni che rientrano nelle responsabilità umane
oppure per spiegare fatti che risultano misteriosi.
Guido Allice