venerdì 23 novembre 2018

L'Amaca di Michele Serra

Il tasso di aggressività e di volgarità, nel dibattito pubblico, è in visibile e udibile aumento. Non solo in Italia. Si va dal presidente degli Stati Uniti che si rivolge a un giornalista con i toni e la postura di un rissante da saloon, giù giù fino all'assessora leghista di Ivrea che vorrebbe mozzare le braccia agli «zingari di merda». A metà classifica, tra la Casa Bianca e la zona retrocessione, i sempre deludenti grillini (neanche in zona Uefa, quanto a ferocia) che chiamano puttane i giornalisti, non sapendo di quali e quanti più efferati e specifici insulti la categoria meriterebbe di essere oggetto. Leggessero qualche libro, ogni tanto, per esempio il Cyrano di Rostand, per imparare a insultare come si deve. Finché la vostra fonte è Facebook, ragazzi, rimarrete nel girone dei mediocri.
Se questo livello verbale meritasse una diretta traduzione politica, non ci sarebbero dubbi: fascismo alle porte, con il suo classico corollario di bastonature, razzismo, lesioni morali e fisiche alla libertà. Ma la merita? Il fascismo fu pur sempre una evoluzione della maleducazione: diciamo una sua interpretazione di potere, e purtroppo di successo. La protervia dello squadrista («me ne frego!») era solo uno degli ingredienti. La maleducazione nostra coeva sembra invece incapace di scopo e di sbocchi, un parlare a vanvera meschino e generalizzato che non esprime altro che se stesso. Bassezza che esprime bassezza, la triste resa della società di massa (a partire dall'uomo più potente del mondo) alla propria desolante mancanza di ambizione.
Michele Serra

(la Repubblica 13 novembre)