I verdi dicono no al dialogo con i Cinquestelle
ROMA. Non passa la linea del dialogo con il M5S, a parole osteggiata da tutti, nei fatti caldeggiata dalla mozione sostenuta dall'ex ministro Alfonso Pecoraro Scanio, da anni convertito al verbo grillino. All'assemblea nazionale dei Verdi vincono i candidati della "tradizione" vicini ad Angelo Bonelli. La federazione ambientalista, sebbene ridotta nelle urne a pochi decimali, non diventerà mai un satellite del Movimento «che, dopo aver votato il condono per Ischia e lo sversamento dei fanghi tossici, di ecologista non ha più nulla», spiega Elena Grandi, appena eletta co-portavoce del partito. «Chi pensava di usarci come foglia di fico per rifarsi una verginità ha fatto male i conti».
Dice di più Matteo Badiali, l'altro co-portavoce: «Noi vogliamo costruire un percorso autonomo dai grillini, anzi lanciare un'opa sui tanti elettori che si sono sentiti traditi dalle loro promesse. E intendiamo farlo sfruttando quest'onda verde che c'è in Europa, proponendoci come la vera novità del panorama politico italiano contro il populismo della Lega, le balle dei 5S, le lotte intestine del Pd e della sinistra». Una specie di araba fenice che, rimasta fuori dal Parlamento, rinasce dalle sue ceneri grazie alle alleanze con "Italia in Comune" di Pizzarotti, associazioni civiche e ambientaliste, personalità fuori dal coro come Marco Cappato.
Fallisce dunque la manovra, attribuita a Pecoraro Scanio, di avvicinare i Verdi all'orbita M5S. Manovra respinta con forza dall'ex ministro: «Questo tema mi sembra agitato strumentalmente, entrambe le mozioni congressuali erano espressione di accordi col Pd: Bonelli alle europee, i ragazzi della Campania con il governatore De Luca. Tra l'altro io non ho neanche partecipato perché sono impegnato su alcune singole battaglie; proprio oggi lancerò un appello al ministro Costa, insieme agli ex magistrati Amendola e Pomodoro, per portare in Italia la conferenza sul clima nel 2020. Ritenere che Costa sia il miglior ministro dell'Ambiente degli ultimi dieci anni non può essere una colpa».
gio.vi.
(la Repubblica 3 dicembre)
ROMA. Non passa la linea del dialogo con il M5S, a parole osteggiata da tutti, nei fatti caldeggiata dalla mozione sostenuta dall'ex ministro Alfonso Pecoraro Scanio, da anni convertito al verbo grillino. All'assemblea nazionale dei Verdi vincono i candidati della "tradizione" vicini ad Angelo Bonelli. La federazione ambientalista, sebbene ridotta nelle urne a pochi decimali, non diventerà mai un satellite del Movimento «che, dopo aver votato il condono per Ischia e lo sversamento dei fanghi tossici, di ecologista non ha più nulla», spiega Elena Grandi, appena eletta co-portavoce del partito. «Chi pensava di usarci come foglia di fico per rifarsi una verginità ha fatto male i conti».
Dice di più Matteo Badiali, l'altro co-portavoce: «Noi vogliamo costruire un percorso autonomo dai grillini, anzi lanciare un'opa sui tanti elettori che si sono sentiti traditi dalle loro promesse. E intendiamo farlo sfruttando quest'onda verde che c'è in Europa, proponendoci come la vera novità del panorama politico italiano contro il populismo della Lega, le balle dei 5S, le lotte intestine del Pd e della sinistra». Una specie di araba fenice che, rimasta fuori dal Parlamento, rinasce dalle sue ceneri grazie alle alleanze con "Italia in Comune" di Pizzarotti, associazioni civiche e ambientaliste, personalità fuori dal coro come Marco Cappato.
Fallisce dunque la manovra, attribuita a Pecoraro Scanio, di avvicinare i Verdi all'orbita M5S. Manovra respinta con forza dall'ex ministro: «Questo tema mi sembra agitato strumentalmente, entrambe le mozioni congressuali erano espressione di accordi col Pd: Bonelli alle europee, i ragazzi della Campania con il governatore De Luca. Tra l'altro io non ho neanche partecipato perché sono impegnato su alcune singole battaglie; proprio oggi lancerò un appello al ministro Costa, insieme agli ex magistrati Amendola e Pomodoro, per portare in Italia la conferenza sul clima nel 2020. Ritenere che Costa sia il miglior ministro dell'Ambiente degli ultimi dieci anni non può essere una colpa».
gio.vi.
(la Repubblica 3 dicembre)