Il
cambiamento climatico è un fenomeno già in corso e quasi nessuno,
oggi, nega più la sua esistenza. Ma quando se ne parla è quasi
sempre come se si trattasse di un qualcosa di là da venire, come se
sulle Alpi gli effetti del riscaldamento globale non fossero già
evidenti.
Impossibile
non pensare allo scioglimento dei ghiacciai. Il climatologo Luca
Mercalli, che da decenni monitora e studia lo stato di salute
dell’arco alpino, racconta che “quelli più significativi erano
sul Monviso”. Proprio sulla cima più alta delle Alpi Cozie si
trovava quello che poi ha fatto scuola per tutte le Alpi, il
ghiacciaio settentrionale del Coolidge,
che
precipitò nel luglio del 1989. “Quella è stata la sentinella del
collasso dei ghiacciai sospesi nelle Alpi: dopo quello del Monviso ne
sono avvenuti altri in zone alpine sempre più a nord”. A distanza
di quasi trent’anni, i ghiacciai delle Alpi Cozie sono praticamente
estinti.
Anche
l’innevamento è cambiato. “Dai dati – chiarisce Mercalli –
vediamo che la neve arriva più tardi d’autunno e soprattutto va
via più in fretta in primavera”. Si potrebbe obiettare che alcune
stagioni, come quella dello scorso anno, abbiano portato con sé
molta neve. Eppure, spiega il climatologo, ormai dai primi anni
Novanta, a causa dell’aumento delle temperature, “alle alte quote
si consuma tutta la neve che potrebbe nutrire i ghiacciai”.
L’estate 2018 non ha fatto eccezione.
Le
conseguenze di simili cambiamenti sono evidenti anche per le persone
che abitano le Alpi, sulla loro vita economica e personale. “Dalla
neve – ricorda Luca Mercalli – dipende l’acqua, quindi abbiamo
annate con delle gravissime siccità alpine”. L’autunno del 2017,
con gli incendi più devastanti della storia delle Alpi Cozie, è lì
a ricordarcelo. “Mentre per l’aumento delle temperature e la
fusione dei ghiacciai non abbiamo dubbi, perché è una situazione
nuova su scala millenaria, non è così facile distinguere le
fragilità idrogeologiche del passato, che ci sono sempre state, e
quelle che si sovrappongono. Se c’è un’alluvione non è colpa
del cambiamento climatico; questo potrebbe amplificarla, ma non siamo
in grado di dire di quanto”.
Ancor
più preoccupante di quanto possiamo vedere oggi, però, è ciò che
dicono i modelli climatici per i prossimi decenni, nei quali si vedrà
“una straordinaria accelerazione e amplificazione di questi
fenomeni, spingendoci in territori ignoti, che non abbiamo mai
sperimentato nelle Alpi. Magari tra cinquant’anni una siccità in
zona alpina potrebbe sterminare tutto, potremmo non avere
agricoltura, potremmo non avere bosco, essere devastati dagli incendi
come in California. E’ questo lo scenario”.
E’
tutto inutile, dunque? Coltiveremo le banane a Pinerolo e la papaya
in val Chisone? Oggi la strada sembra quella, ma è ciò che faremo
oggi a determinare, almeno in parte, il domani.
Marco
Magnano – L’Eco delle valli Valdesi – Dicembre 2018