Insulti sessisti sui social
il capo della Lega a Trento
costretto alle dimissioni
Ubaldo Cordellini
Trento
Dopo tante esternazioni fuori dalle righe, insulti sessisti sui social sono costati ieri il posto ad Alessandro Savoi, ormai ex presidente della Lega Trentina.
Camicia verde della prima ora (è finito anche nell'inchiesta del procuratore di Verona sui pretoriani di Bossi), Savoi ha commentato così il trasloco dalla Lega a Fratelli d'Italia delle due consigliere provinciali Alessia Ambrosi e Katia Rossato, e del marito di quest'ultima, consigliere comunale a Trento, Daniele Demattè: «E niente... Nella vita, come nella politica, i leoni restano leoni, i cani restano cani... e le troie restano Troie», recitava il post pubblicato l'altra sera sulla pagina Facebook.
Subito reazioni indignate hanno sottolineato l'enorme gravità dell'affermazione. Savoi ha cercato di fare marcia indietro. Ha cancellato il post dopo qualche ora sostituendolo con un altro in dialetto. Ma ormai lo screenshot delle sue parole rimbalzava di bacheca in bacheca da una parte all'altra della rete.
Anche il suo stesso partito ha capito che non poteva più fare finta di niente, come fece quando Savoi aveva definito i giornalisti «culattoni» e i sindacalisti «mantenuti e parassiti».
L'assessora provinciale alle pari opportunità Stefania Segnana, sempre della Lega, ha condannato le parole di Savoi: «Se la discussione degenera in offesa non va bene.
Se poi l'offesa degenera nel sessismo, allora non può che esserci il rifiuto categorico». Parole che forse hanno fatto capire a Savoi che era venuto il momento di dire addio alla carica, sia pure ormai solo onorifica, che deteneva dalla fondazione del partito in Trentino: «Rassegno le mie dimissioni dal ruolo di presidente, onde evitare strumentalizzazioni politiche che possano recare danno alle battaglie della Lega sul territorio locale e nazionale.
Mi assumo la responsabilità delle mie parole e formulo le mie scuse a quante si siano sentite offese nella loro dignità personale, prima che politica e istituzionale».
La Stampa 21 marzo