Una pandemia continua
Bambini soldato un’infanzia interrotta
Tutt’oggi in 14 Paesi, dall’Asia all’Africa all’America Latina, sono ben 250 mila i bambini costretti ad imbracciare fucile o kalashnikov, ma anche coltello o machete: uccidono per non essere uccisi. Rapiti da bande armate, ma talvolta ceduti all’esercito nazionale dalle stesse famiglie in cambio di cibo e/o di protezione vengono reclutati e usati come kamikaze, spie, facchini, messaggeri se sono maschi e, se femmine, diventano prima serve e cuoche dei combattenti, poi schiavizzate fino allo stupro. La loro prigionia può durare anni; sfuggirvi rappresenta morte certa. Se cessa il conflitto, i sopravvissuti ne portano le conseguenze e nel corpo e nell’anima: hanno perso il tempo del gioco infantile e la crescita in famiglia, immersi nelle violenze subite ed agite. Lenta, difficile ma possibile la loro riabilitazione per ritornare ad una vera vita di comunità.
Luigina Morsolin, Rocca 15 marzo