Il realismo amorale sul quale si fondano le nostre democrazie
Nadia Urbinati politologa
Domani 13/4
Una
delle differenze tra chi amministra organismi non politici e chi
governa un paese democratico è la forma della comunicazione, una
differenza che dipende da un'altra: la natura del committente. Draghi
presidente della Banca centrale europea e Draghi presidente del
Consiglio italiano presumono pubblici diversi che richiedono forme
diverse di comunicazione.
A chi rende conto il primo Draghi e a chi
rende conto il secondo Draghi, la differenza è tutto qui. Lo stile e la
forma della comunicazione seguono a ruota. Il secondo Draghi, quello che
vediamo nelle conferenze stampa, deve informare la cittadinanza tutta e
rispondere a domanda (a volte molto interessanti) che non sono sempre e
solo tecniche. Quella che offre non è un'informazione asettica ma una
che si presta essere interpretata secondo criteri tecnici (riferimento
ai dati e agli esperti) sia giudizi di valore (riferimento alle opinioni
e alle valutazioni morali o politiche). Nell'ultima conferenza stampa
Draghi ha abbondato nei giudizi di valore.
Nel campo genericamente
detto politico, in parte tecnico in parte discorsivo, può succedere che
la comunicazione trascini l'attore sul terreno scivoloso, condito di
espressioni e concetti accattivanti perché attento all'eco che avrà
nell'audience.
Stefano Feltri ha per questo paragonato la retorica di
Draghi nell'ultima conferenza stampa a quella di un'influencer Draghi
come Chiara Ferragni ma meno bravo di Chiara Ferragni, certamente perché
meno esperto di lei nelle dinamiche dei social.
E
così ha fatto due scivoloni che rivelano quanto sottile sia la linea
che separa il tecnico dal populista nella democrazia del pubblico.
Il
primo scivolone (da rottura dell'osso del collo) è stato quello della
colpevolizzazione dei furbi del vaccino: lo psicologo trentacinquenne e
coloro che, sotto i sessant'anni, saltano la fila. La reprimenda
paternalistica di Draghi ha tradito una stupefacente disattenzione a
come funziona il sistema di vaccinazione che il suo governo regola e
monitora. Non si può saltare la fila, infatti, a meno di non violare le
regole o per raccomandazione o per amicizia o nepotismo. Diversamente
sono i sistemi di classificazione dei vaccinanti-per gruppi sociali,
professionali e per età-a stabilire chi si vaccina e quando.
L'appello
alla coscienza è fuori luogo in entrambi casi: nel primo, perché si
tratta di violazione di una norma; nel secondo perché in quel caso si è
dentro la norma. Dal che si evince che a essere oggetto di reprimenda non
devono essere i non sessantenni che si vaccinano ma chi prevede che
questo possa succedere. L'Italia ha molti decessi perché chi la governa
ha predisposto pessime regole. Draghi insomma dovrebbe volgere il suo
giudizio critico verso le strategie e le regole che il suo governo e
quello delle regioni (che lui stesso ha giustamente ricordato essere
parte del governo) hanno adottato.
Gli
errori, le cattive decisioni, le confusioni, le ingiustizie sono di chi
fa le regole non di chi le usa. Non scomodi dunque la coscienza di chi
si vaccina potendolo. Draghi faccia un esame critico alle decisioni del
suo governo e della filiera che da esse si dirama: sembra infatti che
questo stia facendo, a giudicare dalle recentissime decisione di mettere
in sicurezza vulnerabili e anziani. Il secondo scivolone riguarda
l'infelicissima affermazione sulla necessità che i buoni (paesi
democratici europei) hanno di fare affari con i cattivi (i dittatori
come Erdogan). Dice Draghi che non possiamo fare diversamente se vogliamo
difendere il nostro interesse nazionale e continentale. Lasciamo stare
qui la disquisizione su quale sia la forma di governo che meglio si
addice alla Turchia, benché la scienza politica avrebbe dubbi
nell'etichettarla come dittatura. Quel che preme mettere in luce è altro:
il realismo amorale sul quale si regge il senso dell'interesse
nazionale e continentale delle nostre democrazie. Per le quali risulta
assai conveniente essere circondate da regimi illiberali se vogliono
intrattenere con loro questo tipo di affari: retribuirle affinché
tengano i migranti fuori dalle nostre frontiere.
Se
Libia e Turchia fossero democrazie liberali questo nostro interesse
nazionale o continentale non potrebbe essere perseguito per queste vie.
E' quindi nell'interesse nostro che la Turchia o la Libia siano e
restino dittature. Poiché ciò le rende efficaci nella negazioni dei
diritti umani e quindi competenti a fare quel business che se fossero
democrazie non potrebbero fare. E dichiarandole dittature mettiamo la
nostra coscienza in pace con se stessa. Loro sono il male, non noi.