Una generazione umiliata
di Chiara Saraceno
La Repubblica 25/3
È
inaccettabile che ogni regione vada per conto suo nel procedere con le
vaccinazioni, senza neppure seguire criteri comuni. L’autonomia
regionale nella sanità dovrebbe essere utilizzata per rendere
maggiormente efficace il diritto alla salute e alle cure, tagliando su
misura i servizi sanitari alle specificità demografiche, sociali e
ambientali del contesto regionale. Invece sembra essere utilizzata solo
per rispondere a interessi che poco o nulla hanno a che fare con questo
obiettivo.
Si è creata una difformità
negli standard e nella stessa disponibilità di servizi sanitari da una
regione all’altra che lede i diritti costituzionali sia all’uguaglianza
sia alla salute. Se questo è intollerabile sempre, lo è tanto più ora,
quando la pandemia mette a rischio molte vite umane e l’esigenza di
farvi fronte ne mette a rischio altre per mancanza o ritardo nelle cure
da parte di strutture concentrate sui pazienti Covid.
Il
caso delle vaccinazioni alla popolazione ultra-ottantenne o in
condizioni di grande fragilità è insieme drammatico e emblematico. Per
mesi si è detto che tutte le restrizioni alla libertà di lavorare,
muoversi, andare a scuola dovevano essere accettate per proteggere
questa parte della popolazione, la più a rischio di gravi conseguenze,
fino alla morte, in attesa del vaccino. Si è detto, anche criticando,
forse giustamente, chi come me anziana proponeva di vaccinare prima
insegnanti e giovani, per consentire loro maggiori gradi di libertà,
mentre noi vecchietti avremmo potuto pazientare un po’, rinunciando a
qualche cosa.
Ci si è detto che sbagliavamo, oltre che perché
sottovalutavamo il peso dell’isolamento e della solitudine. Ma
soprattutto perché noi, se ci ammaliamo, rischiamo non solo di morire
(cosa che sembra stia producendo assuefazione nell’opinione pubblica),
ma soprattutto di intasare gli ospedali e ad assorbire una gran parte
delle risorse sanitarie, lasciando poco spazio per altri malati. Perciò
dovevamo essere i primi a venire vaccinati, dopo i medici, gli
infermieri, gli operatori delle Rsa, a partire dai più vecchi tra noi.
Ed invece le cose non stanno andando così. Come ha denunciato anche
Draghi, ci sono regioni che hanno dato priorità ad altri, per lo più
categorie professionali autonominatesi a rischio. Non ai grandi anziani,
che quindi continuano a non essere protetti nonostante sia ormai chiaro
che se fossero vaccinati presto tutti, diciamo dagli ultracentenari ai
sessantacinquenni, la pandemia non sarebbe più un incubo per tutti.
Intanto nelle Rsa, vuoi perché non hanno completato le vaccinazioni,
vuoi per eccesso di protezione dopo la drammatica trascuratezza dello
scorso anno che ha visto molte di loro diventare anticamere della morte,
gli ospiti sono ormai costretti ad una deprivazione relazionale e
affettiva che ne peggiora fortemente la qualità della vita, di fatto
accorciandola. Per altro, anche nelle regioni, come il Piemonte, in cui è
stato rispettato il criterio della priorità ai grandi anziani, succede
che si vaccini prima chi, come me, è appena alla soglia degli
ottant’anni e sta bene, mentre ultra-novantenni e centenari hanno dovuto
aspettare, non si capisce in base a quale criterio. Non è un caso
eccezionale. È successo anche in altre regioni. È così difficile basarsi
fare una graduatoria a partire dall’età, combinandola con indicatori di
salute? Quando sono andata a fare la seconda vaccinazione ed ho visto
persone più vecchie di me e/o chiaramente in condizioni fisiche peggiori
mi sono un po’ vergognata, anche se non avevo fatto nulla per saltare
la fila.
Invece di riempirsi la bocca
della necessità di proteggere i vecchi, vuoi perché sono il patrimonio
vivente della storia e memoria collettiva, vuoi perché se si ammalano
aggravano la situazione per tutti, l’unico modo di proteggerli e
rispettarli davvero è vaccinarli presto, con ordine, criteri e tempi
chiari. Altrimenti li si prende in giro e si manca loro di rispetto.