Il mio rapporto con Israele
05-05-2021 Moni Ovadia
Io
non ho mai contestato e non contesto – ci mancherebbe – il diritto
dello Stato di Israele di esistere e di difendere i propri confini,
stabiliti dalla legalità internazionale. Quel che contesto radicalmente
sono le politiche nazionaliste e reazionarie dei Governi israeliani che
si sono succeduti nei decenni e le loro scelte di persecuzione del
popolo palestinese, la cui dirigenza ha talora fatto scelte sbagliate ma
che ha il sacrosanto diritto di esistere e di abitare nei propri
territori.
E questo dovrebbe saperlo e rispettarlo uno Stato in cui
vivono i discendenti di un popolo che ha subito il martirio della Shoah.
[…]
Nel 1947-1948, all’atto della fine
del mandato britannico sulla Palestina e della fondazione dello Stato di
Israele, più di 700mila arabi palestinesi furono costretti ad
abbandonare le loro città e i loro villaggi.
Fu la cosiddetta nakba
(catastrofe), un vero e proprio esodo. Che cosa è successo da allora?
Esattamente l’opposto di una pace, di un ritorno di parte di quel popolo
nel proprio paese, di una convivenza pacifica di due popoli interessati
a convivere e a integrarsi.
Al contrario – nonostante alcuni tentativi
di accordo sottoscritti ma poi regolarmente disattesi – si sono
susseguite guerre e campagne di odio. Situazioni nelle quali gli Stati
arabi hanno irresponsabilmente alimentato il conflitto contestando il
diritto di esistere dello Stato di Israele.
Ma altrettanto, e forse
peggio, ha fatto Israele. I territori palestinesi sono stati occupati e
colonizzati e oggi, nelle zone controllate dagli israeliani, c’è un vero
e proprio apartheid con uno stillicidio di assassinii, vessazioni,
furti, arbitrii, spoliazioni con un sadismo gratuito che non risparmia i
più deboli, le donne, i vecchi e soprattutto i bambini; i territori in
cui abitano i palestinesi sono strozzati economicamente, ridotti alla
povertà e spesso sottoposti a incursioni, rastrellamenti, bombardamenti;
il 19 luglio del 2018 si è arrivati addirittura ad approvare una legge
costituzionale (la legge sullo Stato-nazione) che formalizza come
princìpi guida della politica dello Stato la discriminazione e il
razzismo. […] Questa è la situazione. E io dovrei tacere?
Aggiungo
che quanto ho detto è documentato da migliaia di osservatori
indipendenti e che l’occupazione dei territori palestinesi è stata
ripetutamente dichiarata illegale dalla comunità internazionale, a
partire dalle risoluzioni 242 e 338 dell’Onu. E sai come risponde
Israele? L’ultima tecnica è quella di negare l’evidenza, affermando che
le risoluzioni della comunità internazionale chiedono il ritiro da
territori occupati e non dai territori occupati. C’è da non crederci! È
un artificio sofistico che in yiddish si chiama chuzpe, che vuol dire
aver la faccia come il deretano.
Se lo usano i deboli è un’arma di
sopravvivenza, ma quando lo usano i forti è un’oscenità ripugnante. Ma
c’è una cosa che mi fa ancora più rabbia. La strumentalizzazione. La
dirigenza israeliana ha capito che l’uso strumentale della Shoà funziona
da deterrente nei confronti di chiunque voglia criticare la sua
politica colonialista e si comporta, di conseguenza, nel modo più
spregiudicato. Con un paradosso vergognoso e devastante. Mentre afferma
di difendere il popolo ebraico, il Governo di Israele, adottando una
legge ipernazionalista e razzista, assume nei fatti la leadership
dell’onda nera e antisemita che emerge in alcune parti del mondo, quella
degli Orban e degli altri governanti di Vysegrad, dei Trump, dei
Salvini, delle Le Pen. Ricordo che l’ex presidente degli USA Donald
Trump, grande sostenitore dell’attuale Governo di Israele, è stato
eletto con il fattivo apporto di razzisti e di furiosi antisemiti.
Grazie a loro oggi si può fare propaganda di odio contro gli ebrei ed
essere appassionatamente filo israeliani. Gli ebrei della diaspora,
possono essere complici di questo schifo? Molti lo stanno facendo ma
coloro che credono ai valori della democrazia, dell’uguaglianza, dei
diritti universali non hanno altra scelta che separare le loro sorti dal
cosiddetto sionismo. E questo vale anche per gli ebrei israeliani che
condividono gli stessi valori. Personalmente, per quello che conto, io
auspico questa radicale separazione, pur sapendo che sarà foriera di
dolori, di travagli e lacerazioni. La auspico perché la straordinaria
maestà del pensiero ebraico si salvi dall’estinzione promossa da una
banda di ottusi zeloti alleati de facto con la peggior feccia
antisemita. […]
Di fronte a tutto questo
l’Europa e l’Occidente, anche quando non appoggiano Israele, tacciono
imbarazzati. Eppure dovrebbero sapere che possono dare agli israeliani
quello che vogliono per placare il supposto complesso di colpa nei
confronti dello sterminio degli ebrei. Ma non possono vendergli la
pelle, la dignità, i diritti e il futuro del popolo palestinese, per cui
non hanno nessun titolo. Probabilmente il complesso di colpa è solo la
foglia di fico che cerca di coprire una verità più semplice e ignobile.
Israele fa parte del club dei potenti e quel club fa comunella con lui
per affermare il diritto del più forte a fare strame di ogni principio
etico e giuridico. […]
C’è un popolo che
vive sotto occupazione e sotto colonizzazione e questo non è
accettabile. Gli israeliani non hanno mai definito i loro confini, non
hanno una Costituzione. Perché? Seguono il metodo dei fatti compiuti sul
territorio e poi pretendono che siano legalizzati. Questo lo dicono
tantissimi israeliani, non solo io. Tutte le mie informazioni sullo
Stato di Israele sono di fonte israeliana. E sono fonti autorevoli e
credibili come Haaretz, quotidiano fondato addirittura nel 1919, di
ispirazione progressista, su cui scrivono alcuni dei migliori
giornalisti del mondo come Gideon Levy o come Avraham Burg. Quest’ultimo
è un ex presidente del Parlamento israeliano, di famiglia sionista, che
ha scelto addirittura di far cancellare la definizione “ebreo” dai suoi
documenti e dagli atti del suo stato civile: perché – ha detto – io
sono e continuo a essere israeliano ma se qui gli ebrei si comportano da
padroni, io non voglio stare dalla parte dei padroni. Fatto da un ex
presidente del Parlamento dovrebbe almeno suscitare un dibattito. E
invece niente, silenzio. Tranne qualche voce isolata. […] Anche se
qualcosa sta cambiando. Nella comunità ebraica statunitense, per
esempio, cresce l’insofferenza per il tradizionale appiattimento di suoi
esponenti di spicco sulle politiche di Israele. C’è un’associazione che
si chiama J Street e ci sono voci sempre più diffuse di presa di
distanza.
In Israele, poi, ci sono uomini di un coraggio leonino a
partire da Avraham Burg che ho già ricordato il quale, nel 2007, ha
scritto un libro fondamentale per capire Israele. Si intitola
Sconfiggere Hitler. Per un nuovo universalismo e umanesimo ebraico ed è
stato tradotto in italiano per Neri Pozza nel 2008. Nella presentazione
dell’edizione italiana si legge: «La memoria della Shoah ha reso Israele
indifferente alle sofferenze altrui. Il Paese nella sua instabilità è
ormai simile alla Germania degli anni Trenta. Il sogno e l’ideologia
sionista hanno fallito. È il momento di abbandonare l’antica mentalità
del ghetto accerchiato e di rivalutare la figura universalistica
dell’ebreo della diaspora». Quella presentazione riprende un passaggio
dell’introduzione in cui Avraham Burg scrive: «Gran parte dell’opinione
pubblica israeliana è vittima di un fenomeno secondo me di natura
psicopatologica. Non percepiscono il dolore degli altri». Questo – di
grande spessore morale – è il livello dell’analisi di alcuni
intellettuali in Israele! […]
Molti mi
odiano, mi insultano. Per fortuna altri, più intelligenti, che non sono
d’accordo con me si pongono in modo dialogico. Parliamo, ci
confrontiamo. Proprio prima di questa nostra conversazione ne è venuto
uno a casa mia, laureato in filosofia, molto ferrato in studi ebraici,
con cui continuiamo a discutere e lo facciamo civilmente. Chi, invece,
mi aggredisce lo fa contestandomi di aver fatto soffrire molti ebrei con
le mie prese di posizione. Ma anche a me fa soffrire uno che sostiene
Netanyahu! La trovo una cosa spaventosa, eppure non ho mai scritto per
questo lettere di insulti. Ma loro insistono: «Tu non devi criticare
Israele perché sei famoso». E allora? Non sono un cittadino come gli
altri? Non ho diritto ad avere la mia opinione? L’atteggiamento di
questi miei critici è tipica del peggior nazionalismo: «Silenzio il
nemico ti ascolta!». Eppure, per fortuna, quel che viene scritto su
Haaretz è rilanciato sui giornali di tutto il mondo. Le critiche astiose
che mi vengono rivolte sono ridicole. Avrebbero potuto avere un senso
nei tempi in cui ebrei erano perseguitati veramente. […] Questo lo
capisci in momenti in cui l’antisemitismo era una pandemia ma oggi…
Certo che ci sono ancora gli antisemiti, ma non occupano più lo spazio
pubblico, all’infuori – guarda un po’ – di quelli che sono tanto amici
di Netanhyahu: Orban, i polacchi e Trump, molto filo israeliano ma
votato da tutta la feccia antisemita d’America. Ho visto i manifestanti
pro Trump con le fiaccole e le scritte «The jews will not replace us»
(«Gli ebrei non ci sostituiranno») perché loro dicono che il progetto di
George Soros, che è ebreo, è quello di rimpiazzare le popolazioni. E
questo solo perché Soros è sostenitore della società aperta di
popperiana memoria, perché Soros è stato allievo di Popper. Ma lì quegli
antisemiti vanno bene! […]
Ora, Israele
gioca la parte della vittima. Operazione “Piombo fuso” a Gaza: 2.400
morti palestinesi fra cui 500 bambini: chi è la vittima? Israele. Gli
israeliani sono alleati dell’Egitto, alleati della Giordania, alleati de
facto dell’Arabia Saudita piena di aziende israeliane. La Siria per i
prossimi 50 anni non avrà neanche la forza di fiatare con quello che le è
successo. Dove sono tutti questi nemici di Israele? È rimasto l’Iran ma
gli iraniani non sono cretini e fanatici quanto si vuol far credere e,
al di là delle dichiarazioni di principio, non si mettono certo contro
un paese che ha probabilmente 150 testate nucleari! Israele ha
l’esercito più forte del Medio oriente ed è dotato, ripeto, di molte
testate nucleari, riceve le armi più sofisticate, ha una tecnologia
militare avanzatissima. Ora, io capisco che uno faccia il debole quando
lo è veramente: a Berlino nel 1935 o in Italia al tempo delle leggi
razziali. Eravamo soli, eravamo spaventati. A parte i bulgari, i danesi e
gli albanesi nessuno si preoccupava dei suoi ebrei. Ma adesso! Con la
Germania che fornisce sottomarini nucleari e Israele e gli Stati Uniti
che sono i suoi maggiori alleati… Allora, il gioco non mi torna più. Se
tu diventi forte non puoi più giocare il ruolo del debole. E poi una
inchiesta condotta a livello mondiale dalla CNN rivela che gli
islamofobi sono quattro volte più numerosi dei giudeofobi. Ciò non
significa che non si debba vigilare sul fenomeno antisemita e sui suoi
ripugnanti rigurgiti, ma bisogna almeno avere il senso della misura. Io
capisco: da Gaza sono partiti i missili Scud. Hanno fatto qualche danno,
anche la morte di una persona ed è una tragedia. Ma quei missili sono
poco più che petardi quando tu in dieci minuti hai raso al suolo mezza
Gaza. Può poi un generale israeliano – parlo del presunto oppositore di
Netanyahu, Benny Gantz – vantarsi che Gaza è stata «riportata all’età
della pietra»? Ma che razza di essere umano è? Golda Meir almeno diceva
dei palestinesi: «Noi vi perdoneremo per i morti che avete fatto a noi
ma non vi perdoneremo per i morti vostri che ci avete obbligato a fare».
Era forse retorica, ma almeno c’era un briciolo di umanità!
È uno stralcio da Moni Ovadia, Un ebreo contro,
intervista a cura di Livio Pepino (Edizioni Gruppo Abele, 2021), in libreria dal 5 maggio