Il risveglio dell’orso sul baratro di una guerra d’aggressione – Giuseppe Cassini
IL LETARGO DELL’ORSO è durato trent’anni, tormentato da incubi che lo portavano a menare qualche zampata alla cieca. Ma ora che l’Orso si è svegliato di brutto, affamato e aggressivo, bisogna elencarli questi incubi, se vogliamo capire come trovare vie di uscita dalla spirale bellica in corso.
Eccoli in sintesi.
1998-2020. La Nato accoglie 14 nuovi membri, tutti
Paesi dell’Est, circondando la Russia nel suo periodo di massima
debolezza da Capo Nord fino all’Anatolia.
1999. Gli attacchi
aerei Nato su Belgrado nel conflitto del Kosovo, oltre che provocare
vittime civili, offendono la Russia, storica protettrice della
Serbia.
2001. Gli
Stati Uniti “convincono”
la Nato a invadere l’Afghanistan, nonostante siano sconsigliati dai
russi (che di scottature afghane se ne intendevano). E nel 2003 tocca
all’Iraq.
2004. A Kiev scoppia la Rivoluzione Arancione, che
rafforza un’identità nazionale ucraina.
2007. Alla
Conferenza di
Monaco sulla Sicurezza Vladimir Putin presenta, inascoltato, le sue
ragioni.
2008. In aprile si tiene a Bucarest il Consiglio
Nato-Russia, dove Putin è pubblicamente umiliato dall’invito della
Nato a far entrare Ucraina e Georgia.
In agosto il presidente
georgiano Saakashvili, spinto da Washington, tenta di riprendersi
l’Ossezia del Sud. Dura risposta russa.
2009. La Nato inizia
a installare sistemi antimissili in Polonia, sostenendo la necessità
di intercettare eventuali missili provenienti dall’Iran (pare che
Putin abbia obiettato: «Dall’Iran? Ci prendete per fessi?»).
2011.
Scoppiata la guerra civile in Libia, Mosca non si oppone alla
Risoluzione n° 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che
imponeva di proteggere i civili. Ma le forze di Paesi della Nato
utilizzeranno il «non veto» russo per travalicare i limiti imposti
dalla Risoluzione e inseguire Gheddafi fino alla sua barbara
esecuzione (protesta di Putin: «È questa la democrazia?»).
2014.
Il movimento Euro-Majdan caccia il presidente filorusso Janukovich.
Il nuovo governo, illegittimo per Mosca, firma un accordo di
associazione con l’Ue e decreta l’ucraino unica lingua ufficiale.
A QUEL PUNTO l’Orso si risveglia dal letargo. Come prima mossa ingloba senza colpo ferire la Crimea (ceduta nel 1954 da Kruscev all’Ucraina benché abitata in maggioranza da russi).
Inoltre, due regioni del Donbass a maggioranza russa chiedono l’autonomia da Kiev; per accordargliela, nel 2014/15 vengono siglati a Minsk due Protocolli, tuttavia mai implementati dal governo ucraino con obiezioni interpretative.
QUESTO E’ IL LUNGO CAHIER de doléances presentato da Mosca prima di sferrare l’attacco proditorio contro Kiev. In politica estera è basilare comprendere le ragioni dell’altro.
Ma l’altro, Putin, un tempo ritenuto maestro di brinkmanship, di rischio calcolato, ora è scivolato nel precipizio a cui si era troppo avvicinato. D’ora in poi potrà ripetere all’infinito il suo elenco di rimostranze, ma è tardi ormai: le sue “ragioni” sono precipitate con lui nel baratro di questa guerra d’aggressione.
NON SI SOTTOLINEA MAI abbastanza la componente paranoica insita nei geni di ogni nazione. Ciò che ossessiona i russi è la sindrome d’accerchiamento. Lo ha rivelato inconsciamente Putin stesso in uno sfogo d’irritazione a dicembre: «Che ci fanno gli Stati Uniti in Ucraina alle porte del nostro Paese? Dovrebbero capire che non abbiamo più spazio per arretrare!». E lo manifesta plasticamente allungando a dismisura i tavoli e la distanza fisica tra sé e i suoi interlocutori.
A COSA MIRA PUTIN nella sua sete di rivalsa? Mira a raccogliere le spoglie dell’impero sovietico, per ricreare sotto il suo usbergo una sorta di unione delle comunità storicamente legate alla Russia. Non c’è dubbio che l’Ucraina rientri in quel novero. Anzi, Kiev è la culla medievale del popolo dei Rus’; da lì si diffuse il cristianesimo verso nord grazie alla conversione del principe di Kiev, san Vladimiro (di cui portano il nome sia Putin che Zelenski).
Un quarto degli oltre 40 milioni di ucraini si riconosce come russo, ma tutti venerano a Kiev i santi sepolti nel Monastero delle Grotte. Non esiste una frontiera naturale che separi gli ucraini dai russi, accomunati da lingue sorelle. A ragione Dostoevskij definiva l’ucraino Gogol il padre della letteratura russa. Putin, facendo terra bruciata in Ucraina, ha compiuto non solo un fratricidio ma anche un parricidio.
EPPURE, LO STILLICIDIO di morte potrebbe essere fermato se l’Occidente negoziasse alcune richieste di Mosca:
1° la neutralità dell’Ucraina garantita per trattato internazionale;
2° l’annessione della Crimea se confermata da un nuovo e libero referendum;
3° l’autodeterminazione del Donbass a statuto speciale.
Gli Usa – oggi miracolosamente uniti agli europei di fronte all’orrore della guerra – potrebbero negoziare con Mosca e con noi un nuovo sistema di sicurezza europea, dal momento che l’intero continente, Russia inclusa, si trova ora pericolosamente esposto.
INFATTI, SONO SCADUTI e alcuni rescissi, uno dopo l’altro, il Trattato sui Missili Antibalistici, il Trattato sulle Forze Convenzionali in Europa e il Trattato sulle Forze Nucleari Intermedie. Resta in vigore (fino al 2026) solo il Trattato sulla Riduzione delle Armi Nucleari del 2010.
Putin stesso ha dichiarato che proprio il timore di ritrovarsi accanto un Paese dotato di ogive nucleari lo spinge a chiedere la demilitarizzazione dell’Ucraina. Sta bluffando? La prova del pudding – dicono gli inglesi – sta nel mangiarlo. Urge, insomma, una nuova Helsinki dopo quella conclusa con successo nel 1975.
Ex-ambasciatore e diplomatico italiano
(pubblicato da Il Manifesto il 9-3-22)
Tratto dal blog di Daniele Barbieri