venerdì 23 settembre 2022

 

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LA TRATTA ATLANTICA

LO SCHIAVISMO IN ETÀ MODERNA

Un testo di Alessandro Piccioni (*)

23 agosto: «Giornata internazionale per la commemorazione della tratta degli schiavi e della sua abolizione».

(continua)




Pezze d’India

Nella prima metà del Seicento furono sbarcati in America più di cinquecentomila schiavi. Alle rotte verso le Antille, l’America spagnola e il Brasile si aggiunse una direttrice settentrionale, verso le colonie nordamericane. Qui erano la coltivazione del tabacco e, più tardi, quelle del riso e del cotone, a richiedere grandi quantitativi di manodopera. L’organizzazione schiavista del lavoro si estese gradatamente nella parte meridionale dei territori colonizzati dagli inglesi. Nella seconda metà del Seicento gli schiavi erano presenti in tutte le colonie del nuovo mondo.

Mentre cresceva l’interesse inglese per la tratta, stimolato anche dai nuovi insediamenti nelle Antille e soprattutto dalla colonizzazione di Barbados, su cui venne presto introdotta la coltivazione della canna, aumentò la pressione degli olandesi, che strapparono ai portoghesi alcune importanti basi africane. Verso la fine del secolo furono però gli inglesi a imporsi nei traffici atlantici e il loro primato non fu più intaccato, nemmeno quando aumentò la presenza dei francesi, anche loro spinti dalle piantagioni americane: erano entrati nelle Antille nella prima metà del secolo e più recentemente avevano consolidato l’insediamento di Saint-Domingue, nella parte occidentale di Hispaniola. Attestati alle foci del Senegal, i francesi presero il controllo di quel tratto della costa africana, occupando anche le isole di Gorée e di Arguin i due più importanti centri di appoggio dei negrieri sul litorale nordoccidentale. E poi c’erano I contrabbandieri, che continuavano a trafficare con l’Africa al di fuori di ogni controllo.

La tratta si riforniva lungo le coste, dal Senegal al golfo di Guinea e all’Angola. Al centro del sistema c’erano il Niger e il tratto del litorale che prese il nome di «Costa degli Schiavi». Qualche contingente di neri arrivava anche dalla costa orientale del continente, dove convergevano i flussi della tratta araba, diretta verso il medio oriente, un traffico che investiva tutta l’immensa area compresa tra il Mediterraneo e l’Oceano Indiano e che spostava il suo raggio d’azione in un sud sempre più profondo.

Le navi si appoggiavano agli scali, dove risiedevano gli agenti delle compagnie europee. Le razzie della prima fase, pericolose e poco produttive, avevano lasciato il posto a sistemi più efficienti. I negrieri non si avventuravano al di là delle isole e della fascia costiera. La caccia all’uomo veniva delegata ai mediatori indigeni.

Con i regni che controllavano le regioni affacciate sull’Atlantico erano stati stabiliti regolari rapporti di scambio: mercanzie varie contro uomini, oro e avorio. Altrove gli europei facevano leva sulle tradizionali ostilità tribali, si intromettevano nei conflitti tra i villaggi, magari li provocavano o li riaccendevano, offrivano fucili e chiedevano in cambio il bottino di prigionieri.

Con l’estendersi della tratta le comunità della costa vennero a trovarsi in uno stato di guerra permanente con quelle dell’interno e il risultato fu uno sconvolgimento civile e sociale. La tratta divenne la principale risorsa di regni, tribù e villaggi. La corruzione, il disordine e il terrore dilagarono. Stati e istituzioni, organizzazioni sociali, sistemi economici e culture complesse scivolarono verso il caos. Degradarono le città della costa, che spesso erano state fiorenti e più popolose di molte capitali europee. Vennero abbandonate e dimenticate tecniche e pratiche agricole. Nell’area vastissima e fertile compresa tra il Sahara, il golfo di Guinea e la foresta equatoriale, una delle più densamente abitate del mondo alla fine del Quattrocento, la popolazione cominciò a diminuire.

Ai centri di raccolta gli schiavi venivano portati come capi di bestiame. Scendevano verso il mare con lunghe marce, o seguendo il corso dei fiumi, stipati a bordo di piroghe. Gli uomini aggiogati a travi, le donne legate con cinghie, con i bambini appesi al collo. Ogni tentativo di fuga e ogni rallentamento della marcia venivano puniti duramente, anche con la morte. Chi non ce la faceva veniva abbandonato.

Sulla costa, ammassati in recinti, gli schiavi venivano offerti ai mercanti. Le contrattazioni erano laboriose. Bisognava di volta in volta trovare un accordo sul rapporto di scambio tra il valore dei capi offerti e quello delle merci portate dall’Europa. Spesso l’unità di misura era la «pezza» di stoffa: tanti fucili, tanti metri di tela, tanti galloni di acquavite, tante collane di vetro equivalevano a una «pezza», tante «pezze» a uno schiavo. E gli schiavi, nel gergo dei negrieri come nel linguaggio dell’asiento, erano niente altro che piezas de India, «pezze d’India», cioè le pezze di cotone indiano con cui venivano barattati.

Raggiunto l’accordo, il medico di bordo della nave procedeva a un esame, scartando vecchi, malati e invalidi. Gli schiavi selezionati venivano marchiati con il contrassegno della compagnia. Poi l’attesa dell’imbarco. Drammatica, anche se i negrieri cercavano di abbreviarla: gli utili dipendevano in gran parte dalla rapidità con la quale riuscivano a completare il carico e a fare vela per l’America, perché le precarie condizioni in cui gli schiavi venivano tenuti provocavano una mortalità elevata.

Saliti a bordo, incatenati a coppie, gli uomini venivano fatti scendere nelle stive. Là sotto, ammassati in un unico locale, o distribuiti su soppalchi, se la nave era grande, dovevano conquistare il loro pezzo di tavolato. Non potevano sdraiarsi, né alzarsi. Dovevano restare seduti, immobili, schiacciati da soffitti alti poche decine di centimetri. Le donne e i bambini, sistemati in reparti separati, disponevano di spazi ancora più angusti, ma generalmente venivano rinchiusi soltanto di notte. L’igiene era inesistente, l’aria irrespirabile. Si diceva che il lezzo delle navi negriere si avvertisse a cinque miglia di distanza. Di giorno, quando le condizioni del mare lo permettevano, gli schiavi venivano fatti uscire sul ponte e costretti a sgranchirsi danzando, mentre si pulivano sommariamente i locali chiusi.

Nel buio di quelle stive orrende il sentimento più diffuso era la voglia di farla finita. Il viaggio era interminabile, il destino ignoto, i giorni segnati da disperazione, terrore, catene, sporcizia, malattie, alimentazione forzata e frustate. L’unica speranza era una morte rapida, magari il suicidio. E la morte accompagnava tutta la traversata. L’asiento concesso nel 1592, prevedeva il 25 per cento di perdite. Una quota ritenuta accettabile anche un secolo dopo. Branchi di squali seguivano la scia delle navi, in attesa dei cadaveri gettati fuori bordo.

Quando la nave giungeva a destinazione gli schiavi in condizioni precarie venivano inviati in campi speciali, per recuperare le forze e riacquistare il loro valore commerciale. Gli altri venivano messi subito in vendita. Spesso i mercanti compravano all’ingrosso, per rivendere al dettaglio nelle città dell’interno.

Poi le piantagioni e una nuova selezione: il 20-30 per cento degli schiavi non sopravviveva oltre i primi tre-quattro anni. Il lavoro cominciava all’alba, veniva sospeso brevemente un paio di volte per mangiare e proseguiva fino al buio. La notte in capanne, con il pavimento in terra battuta. Per letto un giaciglio di paglia. L’aria solo dalla porta. Promiscuità e sporcizia. Le condizioni non erano ovunque le stesse, ma in generale si trattava di una vita fatta di fatica, denutrizione, soprusi, abusi sessuali, umiliazioni, punizioni

severe e torture, fino alle amputazioni e alla morte. E ferri ai piedi e alle mani, blocchi di legno da trascinare, per impedire i tentativi di fuga, museruole di lamiera per evitare che venissero mangiati i prodotti dei campi. Lo schiavo era soltanto un’unità di lavoro. Tutti i mezzi erano leciti per piegarlo, se osava alzare la testa.



Tutte le immagini che illustrano l’articolo sono tratte dall’archivio fotografico di Alessandro Piccioni (https://www.immaginidellastoria.it/)

(*) testo ripreso da https://www.diatomea.net


(continua)