- 3 -
LA TRATTA ATLANTICA
LO SCHIAVISMO IN ETÀ MODERNA
Un testo di Alessandro Piccioni (*)
23 agosto: «Giornata internazionale per la commemorazione della tratta degli schiavi e della sua abolizione».
(continua)
Il movimento antischiavista
Nel Seicento i negrieri avevano portato in America più di un milione e mezzo di schiavi. Trecentocinquantamila erano morti durante il viaggio. Nel Settecento, soprattutto dalla metà del secolo, la tratta toccò cifre impressionanti. In Europa il consumo di zucchero si stava diffondendo anche tra le classi popolari: la domanda sollecitava l’aumento della produzione e quindi del volume della tratta. Uno stimolo ulteriore veniva dalla richiesta crescente delle colonie nordamericane. In quelle regioni, intorno al 1775, gli schiavi erano già mezzo milione. Nel corso del secolo furono sbarcati cinque milioni e seicentomila africani. Un milione i morti durante la traversata.
Ormai tutte le nazioni europee che avevano insediamenti coloniali in America disponevano di basi africane e di flotte negriere. Nel golfo di Guinea trafficavano anche danesi e prussiani. La tratta, in una prima fase controllata da compagnie statali, era largamente liberalizzata. Sembra che tra il 1783 e il 1793 le centocinquanta navi negriere di Liverpool abbiano imbarcato trecentomila africani e altrettanti, in tre anni, intorno al 1800.
La tratta e il commercio dei prodotti dell’organizzazione schiavistica del lavoro avevano stimolato lo sviluppo delle marine mercantili, delle banche e delle compagnie di assicurazioni, producevano ricchi profitti, fornivano nuovi mercati alle industrie. In Inghilterra, in Olanda e in Francia erano settori specializzati, gestiti da grandi compagnie. Re e duchi, principi e magistrati, banchieri e notai facevano a gara per collocare il loro denaro presso i grandi mercanti, ottenendo interessi fissi, o per acquistare partecipazioni nelle compagnie commerciali. Imitati da una folla di oscuri borghesi, che investivano i risparmi nelle società che gestivano le imprese dei negrieri e i traffici atlantici.
Gli utili ricavati dalla tratta e dal commercio coloniale costituivano una voce importante della formazione dei capitali che stavano lanciando una nuova economia e una nuova società, destinata a far approdare l’Inghilterra, e poi l’Europa, all’età delle macchine e delle fabbriche. In Africa, depauperata dalla tratta atlantica e da quella araba di milioni di abitanti, per lo più giovani, tra deportati, morti nel corso delle razzie, prima dell’imbarco e durante la traversata, le civiltà tribali si erano dissolte.
In questa situazione drammatica il quadro si mise in movimento. Da un lato cominciarono a farsi frequenti le notizie di agitazioni e rivolte delle genti nere d’America e di comunità di schiavi fuggiti dalle piantagioni, avvertite come una minaccia dai coloni. Dall’altro si sentirono le prime voci di dissenso, frutto di una cultura diversa da quella che aveva approvato, o tollerato, lo schiavismo. Tra gli illuministi francesi cresceva la convinzione che fosse una macchia sulla civiltà europea.
Comunque i primi provvedimenti non furono varati in Europa, ma nel Nordamerica, nel corso della rivoluzione: strideva la contraddizione tra la condizione servile e i principi in nome dei quali era stato ingaggiato lo scontro con gli inglesi. Tuttavia il problema dell’emancipazione degli schiavi fu accantonato e l’attacco fu sferrato contro la tratta, senza farlo seguire da misure tali da impedirla realmente. Il primo provvedimento fu approvato nel 1774 dal congresso di Filadelfia, nel quadro dell’abolizione del monopolio inglese del traffico con le colonie: tra le merci boicottate furono compresi gli schiavi. Nel corso del decennio successivo alla proclamazione dell’indipendenza tutti gli Stati del nord proibirono la tratta o le imposero restrizioni. Comunque un buon numero di navi americane continuò a importare neri nelle Antille e nel sud della federazione.
La questione dell’emancipazione era più delicata. Nel nord – dove lo schiavismo serviva solo a fornire cuochi e camerieri alle famiglie benestanti – fu risolta facilmente, nell’ultimo ventennio del Settecento e nei primi anni dell’Ottocento, con provvedimenti di abolizione, o di graduale liberazione. Nel 1804 la schiavitù era scomparsa, o stava scomparendo, in tutti gli Stati settentrionali. Nel sud, invece, i piantatori non si ponevano nemmeno il problema e i liberali ritenevano l’emancipazione pericolosa perché, con un numero di schiavi tanto elevato, avrebbe scosso tutto il sistema economico e sociale.
Tra il 1787 e il 1788 il movimento antischiavista emerse contemporaneamente, e con forza, in Inghilterra e in Francia. L’offensiva abolizionista inglese era guidata da Thomas Clarkson e William Wilberforce. Il primo si impegnò in un’intensa campagna di denuncia degli orrori della tratta, e cominciò a fare presa sull’opinione pubblica. Il secondo lo affiancò con un’efficace azione parlamentare. In Francia gli antischiavisti si raccolsero nella «Società degli amici dei neri». Poi ci fu la rivoluzione. Gli abolizionisti erano ben rappresentati nella nuova classe dirigente francese, tuttavia non riuscirono a imporre tra gli impegni urgenti quello di una rapida pronuncia sulla schiavitù.
Sull’opposta sponda dell’Atlantico, l’altra leva di rivoluzionari, uscita dalla guerra di liberazione delle colonie inglesi, continuava a subire i condizionamenti degli interessi dei piantatori. La questione della schiavitù venne ignorata dalla Costituzione del 1787. La Convenzione federale decise di accantonarla per un ventennio, lasciando impregiudicata la situazione: l’economia di metà del paese strutturata sul sistema delle piantagioni, più di cinquecentomila schiavi, decine di migliaia di nuovi arrivi all’anno, garantiti da un traffico che era ripreso a pieno ritmo. Né c’erano segnali che la tendenza si invertisse spontaneamente. Nel 1793, in Georgia, Elias Whitney inventò la macchina sgranatrice. Consentiva di separare con rapidità le fibre di cotone dai semi, un’operazione che, effettuata a mano, era lenta e laboriosa. Con quella macchina il ciclo produttivo veniva notevolmente accelerato e la quantità di fiocchi che uno schiavo era in grado di lavorare diventava molto elevata. La coltivazione del cotone – materia prima essenziale della rivoluzione industriale inglese – divenne estremamente redditizia: un incentivo all’espansione delle piantagioni e all’utilizzazione massiccia del lavoro degli schiavi.
I giacobini neri
La frattura del sistema si verificò più a sud. Cominciò con una rivolta nella parte occidentale di Hispaniola, Saint-Domingue, una colonia che forniva due terzi del commercio internazionale francese, centro della produzione mondiale dello zucchero e massimo mercato degli schiavi. Da anni una serie di agitazioni faceva traballare il potere dei piantatori. Si intrecciavano la protesta dei creoli, liberi ma privi di diritti civili, e la serpeggiante furia degli schiavi neri, tenuti in condizioni di lavoro e di vita disumane.
Arrivarono le notizie della Bastiglia e dei fatti di Parigi e i creoli tentarono la spallata finale: coccarde rosse della rivoluzionesanculotta, la milizia trasformata in guardia nazionale. Una rapida repressione, qualche timida apertura e conferma della schiavitù. Nelle terre d’oltremare l’utopia della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza non superava la resistenza del pugno di schiavisti che controllava le colonie. E allora arrivò il momento della resa dei conti.
Nell’agosto 1791 l’insurrezione nera investì con furia le piantagioni, devastando e uccidendo. Parigi, impaurita, estese ai creoli e ai neri liberi i diritti civili e inviò un corpo di spedizione. Gli schiavi persero l’alleanza dei creoli, ma la rivolta divenne guerra di liberazione e trovò un capo: Toussaint Louverture, schiavo liberato, figlio di un capotribù africano, autodidatta. Era un autentico rivoluzionario, favorevole a una lotta determinata, contrario alle devastazioni selvagge. Era, si sarebbe detto in Europa, il capo dei «giacobini neri».
Toussaint organizzò i suoi uomini in esercito, si alleò con altri capi guerriglieri, sconfisse più volte i francesi, respinse le proposte degli spagnoli, che speravano di estendere il loro dominio dalla parte orientale a tutta l’isola. Rigettò in mare gli inglesi che, dalla Giamaica, avevano tentato l’invasione per conquistare una nuova colonia e mettere fine a un movimento che minacciava di contagiare tutto l’arcipelago.
Intanto in Francia maturava un quadro nuovo. Con la dittatura rivoluzionaria dei giacobini la questione della schiavitù, imposta dalla rivolta di Saint-Domingue, veniva finalmente affrontata. Nel 1793 la Convenzione dette un colpo alla tratta, eliminando i primi statali alle navi negriere. Era una decisione importante, anche se era stata preceduta da un atto danese del 1792, che aveva stabilito il divieto della tratta dal 1803. A Saint-Domingue il commissario francese proclamò l’abolizione immediata della schiavitù. Il 4 febbraio 1794 la Convenzione estese la decisione a tutti i possedimenti francesi.
Alla fine di quel 1794, caduto Robespierre, lo sbarco di un nuovo corpo di spedizione segnò la ripresa della lotta. Negli anni successivi si sarebbero ripetuti i tentativi francesi di riprendere il controllo della colonia. Ormai, comunque, due risultati erano stati raggiunti. Da un lato la legge giacobina che aveva abolito la schiavitù, confermata nella Costituzione francese del 1795 e ripresa dalle carte costituzionali di molte «repubbliche sorelle»: un precedente importante, insieme al decreto danese e ai provvedimenti varati nel Nordamerica, che segnava un nuovo punto di partenza per il movimento abolizionista. Dall’altro la nascita della prima repubblica nera della storia. Toussaint non avrebbe visto la sua proclamazione. Catturato e deportato in Francia, sarebbe morto in esilio, mentre i suoi compagni riprendevano a combattere, preparando le condizioni dell’indipendenza definitiva, che avrebbe dato alla nuova nazione il nome indigeno di Haiti (1804).
Tutte le
immagini che illustrano l’articolo sono tratte dall’archivio fotografico di
Alessandro Piccioni (https://www.
(*) testo ripreso da https://www.diatomea.net
(continua)
