A partire da oggi, suddiviso in quattro sezioni, pubblico questo lungo articolo tratto dal blog di Daniele Barbieri. Secondo me l'articolo è una bella sintesi della storia della schiavitù.
Franco Barbero
DAL BLOG DI DANIELE BARBIERI
Tutte le
immagini che illustrano l’articolo sono tratte dall’archivio fotografico di
Alessandro Piccioni (https://www.
(*) testo
ripreso da https://www.diatomea.net
Con questa sezione l'articolo è completo,
lo potete ora sfogliare per intero al link che segue:
https://www.sfogliami.it/fl/
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LA TRATTA ATLANTICA
LO SCHIAVISMO IN ETÀ MODERNA
Un testo di Alessandro Piccioni (*)
23 agosto: «Giornata internazionale per la commemorazione della tratta degli schiavi e della sua abolizione».
Le isole dello zucchero
Con il problema della scarsità della manodopera i conquistatori dell’America si trovarono a fare i conti molto presto. Nei primi anni le braccia da lavoro non mancavano. Gli indiani facevano parte del bottino e Cristoforo Colombo aveva provato a venderne qualche centinaio in Spagna. Senza successo. Del resto, con la conquista del Messico e del Perù e l’avvio della rapina delle risorse del continente, le stive delle navi venivano caricate di merci più preziose. Gli indiani potevano essere utilizzati sul posto, anche se faticavano ad adattarsi allo sfruttamento spietato imposto dagli spagnoli. Di fatto divennero schiavi, anche se si negava che lo fossero. Poi cominciò il crollo demografico provocato dalle violenze dei conquistadores e dalle malattie introdotte dagli europei e il sistema del lavoro forzato si inceppò. Il problema poteva essere risolto importando schiavi africani. Si trattava di ampliare un esperimento che era in corso dalla metà del Quattrocento, con ottimi risultati.
Tutto era cominciato nelle isole al largo delle coste marocchine, prime colonie dell’Europa moderna, avamposti dell’espansione che avrebbe coperto il pianeta di imperi sconfinati. Nella disabitata Madera, occupata nel 1419, i coloni portoghesi avevano introdotto con successo la coltivazione della canna da zucchero, un prodotto prezioso, venduto in Europa a caro prezzo.
L’esperienza era stata imitata dagli spagnoli quando, nel corso del secolo, avevano conquistato le Canarie, liquidando con la violenza la resistenza della popolazione indigena. Ma la produzione dello zucchero – tra preparazione dei terreni, coltivazione, taglio, trasporto e macinazione della canna – richiedeva grandi quantità di manodopera e l’Europa, che ancora non si era ripresa dalla grave crisi demografica in cui era stata precipitata dalle epidemie e dalle carestie, non poteva garantirle. I coloni avevano provveduto importando uomini dall’Africa.
Non si era trattato di reinventare una figura giuridica e sociale dimenticata. La schiavitù, sopravvissuta alla fine del mondo antico, non era mai scomparsa. Negli anni quaranta del Quattrocento, quando i portoghesi avevano cominciato a razziare uomini sulle coste africane, poi a comprarli, gli schiavi erano una delle voci del traffico commerciale (anche italiano). Slavi e musulmani in Europa, cristiani e africani nel mondo islamico, erano una merce come un’altra, trattata su mercati specializzati. Tuttavia non avevano più un ruolo centrale nell’organizzazione produttiva. Sostituita dalla servitù della gleba, divenuta marginale nella vita economica, la schiavitù era un fenomeno non trascurabile, ma circoscritto ad ambiti secondari, come il lavoro domestico. Con un’eccezione importante, costituita dagli insediamenti coloniali italiani nel Levante: in quelle piantagioni, in quegli stabilimenti e in quelle miniere era utilizzata ampiamente. La canna da zucchero a Madera e nelle Canarie aveva stimolato la ripresa di quella esperienza.
Il fatto nuovo era costituito dal quadro in cui si inseriva il vecchio modello dello schiavismo: non si trattava dell’ultimo guizzo dell’economia coloniale medioevale, priva di prospettive di espansione, ma del primo passo della nuova economia coloniale atlantica, un settore destinato a sviluppi impressionanti e a un ruolo decisivo nella crescita della società emersa dalla crisi del Trecento. Fu questo contesto a creare le condizioni perché la schiavitù uscisse dalla sua marginalità, per tornare nel cuore dei meccanismi produttivi. L’economia della schiavitù – e l’efficiente organizzazione che doveva permetterne il funzionamento – si rivelò dunque quello che era: non un aspetto della feroce avidità di un pugno di avventurieri, ma il vero volto dell’economia delle piantagioni.
All’inizio del Cinquecento gli schiavi neri erano già nelle isole americane, soprattutto a Hispaniola (Haiti), dove la popolazione indigena stava scomparendo. Si trattava di piccoli quantitativi, spediti non direttamente dall’Africa ma dalla Spagna. Poi gli arrivi divennero consistenti. Nel 1518 sbarcò nelle Indie Occidentali il primo carico della tratta organizzata. Era scattato l’asiento de negros, la licenza esclusiva di trasporto e vendita, con cui la corona regolamentava il traffico degli schiavi diretto alle colonie, attribuendone il monopolio – in cambio di una tassa su ogni africano sbarcato – e mettendo fuori legge chi praticava quel commercio senza autorizzazione.
Di fatto la tratta finì subito nelle mani dei portoghesi, che avevano avviato un regolare traffico di uomini dall’Africa dal 1448 e che nei decenni successivi avevano consolidato il loro controllo sul litorale atlantico del continente, lungo il quale le loro navi stavano scendendo, alla ricerca della rotta per l’Asia. Una delle prime basi della tratta era stata l’isola di Arguin, a nord del Senegal: sarebbe diventata un centro di raccolta capace di garantire carichi di mille schiavi all’anno. Nel 1481 i portoghesi avevano messo piede sul continente, ottenendo da un re della Costa d’Oro (Ghana) l’autorizzazione a costruire un forte su una penisola che avevano chiamato Elmina.
Il contingente di importazione nelle colonie spagnole, fissato dall’asiento, venne progressivamente elevato. La coltivazione della canna da zucchero si stava estendendo nelle Antille e gli effetti della crisi demografica americana rendevano necessario accelerare la sostituzione della manodopera indigena. Intorno alla metà del Cinquecento gli schiavi sbarcavano nell’America spagnola al ritmo di duemila all’anno. Poi toccò alle regioni colonizzate del Brasile, dove pure era arrivata la canna da zucchero, seguita dalle coltivazioni di caffè e cacao, e dove sarebbe stata avviata un’intensa attività mineraria. E qui il rifornimento era un affare tutto dei portoghesi, che stavano completando la catena degli scali sulla costa africana e dunque controllavano le rotte per le loro colonie brasiliane. Prima della fine del Cinquecento almeno duecentomila schiavi avevano raggiunto l’America.
Il monopolio di Lisbona sulla tratta e sul commercio africano non era però destinato a durare a lungo. Venne scosso già nel Cinquecento dalle imprese dei negrieri clandestini, dei pirati e dei contrabbandieri, poi fu definitivamente spezzato. Gli schiavi nelle piantagioni mettevano al mondo pochi figli. Dunque bisognava procedere a rifornimenti regolari, per rinnovare la popolazione nera. E intanto le coltivazioni continuavano a estendersi e la domanda di schiavi cresceva. La tratta era ormai un affare colossale e il Portogallo, con le sue deboli strutture economiche, politiche e militari, non era in grado di gestirlo.
Il colpo decisivo venne quando, nel Seicento, Inghilterra, Olanda e Francia insediarono proprie colonie nelle isole americane. Erano nazioni in ascesa, che disponevano di solide strutture economiche e commerciali e di flotte potenti. Non avevano bisogno di intermediari. E furono i navigatori inglesi a impostare il traffico negriero secondo un modello triangolare, che garantiva i massimi profitti: esportazione in Africa di acquavite, tabacco, armi da fuoco e merci varie (utensili, lame, barre di ferro e di ottone, pezze di tessuto, vetri colorati, specchi), carico di schiavi per le colonie, scambio in America con i prodotti pregiati delle piantagioni, destinati all’Europa. Insomma le navi viaggiavano sempre a stive piene: ogni lato del triangolo disegnato tra i tre continenti dava profitti elevati. Il commercio triangolare divenne la regola. Più tardi, con la specializzazione dei traffici, si sarebbe smembrato in rami autonomi: vascelli negrieri dall’Europa all’Africa e all’America, flotte mercantili per l’esportazione nelle colonie delle merci europee e l’importazione dei prodotti coloniali.
Tutte le
immagini che illustrano l’articolo sono tratte dall’archivio fotografico di
Alessandro Piccioni (https://www.
(*) testo ripreso da https://www.diatomea.net
(continua)

