lunedì 26 settembre 2022

PAPA FRANCESCO PARLA CHIARO

Francesco. La “moralità” delle armi, la “puzza” del dialogo e il “pericolo” populista in Occidente

19 SETTEMBRE 2022
Il Fatto quotidiano

Non c’è bisogno di ricorrere alla categoria del “complessismo”, così in auge in questi tempi bellici, per interpretare l’ultima conferenza stampa di papa Francesco, durante il volo papale di ritorno dal Kazakhstan. 
Basta limitarsi a un salubre pragmatismo che meglio si attaglia al pontefice argentino. 
Certo, c’è chi continua a isolare strumentalmente taluni pezzi del pensiero bergogliano -staccandoli dal resto della frase- per giustificare le proprie posizioni.
Alcuni fatti si sono fermati alla frase papale sul diritto dell'Ucraina di difendersi: "Difendersi è non solo lecito ma anche un'espressione di amore alla patria. Chi non si difende, chi non difende qualcosa, non l'ama, invece chi difende ama".
Però poi hanno preferito non leggere la parte precedente. Francesco risponde sulle armi  e dice: "Questa è una decisione politica che può essere morale, moralmente accettata, se si fa secondo le condizioni di moralità che sono tante e poi possiamo parlarne.
Ma può essere immorale se si fa con l'intenzione di provocare più guerra o di vendere le armi o di scartare quelle armi che a me non servono più… La motivazione è quella che in gran parte qualifica la moralità di questo atto".
Ecco quindi il punto centrale del ragionamento: la moralità di armare l'Ucraina.
Dopo sette mesi di guerra al Papa è venuto più di un dubbio in merito. 
Per due motivi. Il primo riguarda l'effettiva volontà di dialogare tra le parti in guerra.
Il dialogo con l'aggressore puzza, spiega Francesco.
Ma alternative non ce ne sono, solo così si possono cambiare le cose.
La seconda riflessione del Papa investe invece il concetto di guerra giusta. Qui non lesina critiche alle Nazioni Unite, da settant'anni parlano di pace e nel mondo ci sono guerre che durano da anni. Non proprio guerre giuste: Azerbaigian-Armenia, Siria, Corno d'Africa, Nord del Mozambico, Eritrea, Myanmar. Il risultato è un paradosso tragico e pessimista: "Se non c'è guerra sembra che non c'è vita."