venerdì 2 dicembre 2022

IL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE E' IN PERICOLO

 Il diritto negato alla salute

di Daniela Minerva
La Repubblica 1/12

Esiste ancora il Servizio sanitario nazionale? Con i cittadini costretti a pagare di tasca propria visite ed esami necessari, magari richiesti di gran carriera da un oncologo, da un cardiologo, da un neurologo che ha accertato una patologia in atto; se la differenza tra la vita e la morte, tra lo star bene e il soffrire è la disponibilità economica, come ha raccontato Repubblica ieri, possiamo ancora parlare di un servizio gratuito e universale? Mentre cresce la montagna di soldi che noi spendiamo per curarci (arrivata a 37 miliardi di euro l’anno scorso), ma calano i quattrini messi a disposizione per far funzionare la macchina pubblica (dal 2010 l’aumento del fondo, 0,9 per cento l’anno, è ben più basso di quello dell’inflazione), possiamo ancora dire che il mandato costituzionale è rispettato? Stiamo male, il dottore ci dice perché, ma le/gli servono altri accertamenti, le/gli serve il parere di uno specialista capace di indirizzarci a una cura per il nostro tumore, per il nostro cuore che non ce la fa più. 
Poi serve un chirurgo, magari un radioterapista; servono le cure. E il bello è che lì, negli ospedali pubblici, i migliori senza se e senza ma, potremmo trovare una soluzione.
Grazie a questo straordinario strumento di solidarietà collettiva che è il Ssn, il simbolo stesso della coesione sociale, il luogo dove chi soffre trova risposte, grazie alla fiscalità generale, ovvero a tutti noi; perché in quell’essere umano che soffre ci riconosciamo tutti, mortali e in balia dei capricci della biologia. Che altro è la medicina se non la cocciuta determinazione della società di contrastare il dolore e la morte? E in Italia, grazie alla legge istitutiva del Ssn del 1978, vediamo ogni momento e in ogni angolo del paese che si può fare. Bello, no?
Ma non funziona più. Perché?
In sintesi, tre le ragioni. Il progressivo definanziamento che ha fatto scendere, dal 2000 al 2021, la quota di Pil destinata a curare gli italiani.
Oggi pari al 6,4 per cento, meno della media Ocse (8,8 per cento), lontana anni luce da quella dei paesi con cui ci piace confrontarci: Francia e Germania, ad esempio spendono circa il 10 per cento. Tagli su tagli che si sono tradotti nello svuotamento delle corsie, medici e infermieri andati in pensione e mai sostituiti. 
Oggi si dà la colpa al Covid che, di certo, sospendendo, o rallentando enormemente, le attività non di emergenza per un oltre due anni, ci ha messo il carico da novanta, ma così non è. Perché la massa di malati in liste d’attesa lunghe anche anni c’era già prima del Covid. 
E lo abbiamo raccontato mille volte. 200 giorni per una mammografia, mesiper un intervento chirurgico, fino a un anno per le protesi... e tutti sappiamo che da anni e anni chi può permetterselo le salta con la carta di credito in mano. È troppo facile dare la colpa al coronavirus per una disfunzione antica. Se i medici non ci sono, le sale operatorie funzionano non a tempo pieno, gli strumenti si inceppano perché qualcuno ha pensato di poter risparmiare sulla nostra salute, non poteva che andare così. 
Senza soldi non si possono curare i malati.
A questo si aggiunge l’insopportabile disparità regionale. La riforma del Titolo V della Costituzione assegna alle regioni di organizzare le cose. C’è chi l’ha fatto bene: Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, e non solo. C’è chi l’ha fatto male: Campania, Sicilia, ma anche altre regioni del centro nord sono in difficoltà: non si può dare la colpa solo al disservizio o alla corruzione, perché sanità vuol dire età media della popolazione, vuol dire strutture dei territori. Come, purtroppo, vuol dire atteggiamento della popolazione: rassegnarsi al disservizio è stata, in molti luoghi, la giustificazione per ulteriori disservizi. Ma la differenziazione regionale ha anche portato a modelli sciagurati, come quello Lombardo, centrato sul profitto e sugli ospedali (che del profitto sono i centri nevralgici) e sull’abbandono della medicina territoriale.
 La Lombardia, con le sue straordinarie eccellenze medico-scientifiche, non sa garantire salute alla sua gente, e molte regioni che ne hanno copiato il modello sono in affanno.
Infine: la stupidità di chi non ha calcolato bene il fabbisogno di medici e sanitari. Ha sbagliato prima il conto dei ragazzi da ammettere a medicina, anno dopo anno, e poi ha strangolato l’accesso alle scuole di specialità, la strada obbligata per entrare nel Ssn.
Roba da far cadere le braccia. Ma, proviamo a chiederci: anche se ci fossero i medici, ospedali e asl senza soldi come li arruolerebbero?