giovedì 2 marzo 2023

LA BUROCRAZIA SECURITARIA HA UCCISO 66 INNOCENTI

Quando manca la pietà

CARLO BONINI
La Repubblica 1/3

Eccole dunque le evidenze documentali che né il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi né il vicepremier Matteo Salvini hanno ritenuto per due giorni di rendere disponibili al Parlamento e all’opinione pubblica del Paese. 
Ed eccola la verità incontrovertibile che illuminano. I 66 innocenti inghiottiti dal mare nero di Cutro e ora allineati in bare anonime nel palasport di Crotone non se la sono cercata. 
Sono stati condannati a morte dalla burocrazia securitaria che ha trasformato il Mediterraneo in un cimitero. 
Dall’ottusità del dispositivo Frontex-autorità italiane che ha battezzato la navigazione a sei nodi di un caicco partito da Smirne con il suo “carico residuale” e con la prua rivolta verso un mare forza 7 in un’operazione di polizia di frontiera. 
 E non in un’operazione di soccorso, come l’umanità e le leggi del mare avrebbero consigliato se entrambe non fossero schiacciate, come sono, dalla ferocia e dal cinismo di un governo che, da cinque mesi, promette di chiudere i porti e spezzare le reni alle Ong.
In quelle sette ore della notte tra sabato e domenica, l’imbarcazione a motore entrobordo individuata nello Ionio da Frontex a una latitudine di 38° 23 primi e 2 secondi e a una longitudine di 17° 34 primi e 7 secondi, viene burocraticamente battezzata dal dispositivo Ue di controllo come naviglio irriconoscibile “con buona linea di galleggiamento”, “un solo uomo visibile in coperta” e “possibili altre persone sotto coperta”. 
E come tale consegnata alle autorità marittime del nostro Paese che la lavorano come operazione di polizia, mandandole incontro due motovedette della Finanza che un mare impossibile costringerà a rientrare in porto. 
 Nessuno, nel centro di coordinamento della nostra Guardia Costiera di Pratica di mare ritiene di “aprire una pratica Sar”. Nessuno dunque pensa di muovere le due imbarcazioni che la Guardia costiera ha a disposizione e che ben potrebbero sfidare un mare in tempesta. 
Che quel “naviglio sconosciuto” prosegua pure la sua rotta in una notte impossibile. Perché questo, da cinque mesi, raccomanda l’autorità politica. Se nessuno chiede aiuto – come ha cinicamente ripetuto ieri il ministro dell’Interno – l’aiuto non viene prestato. E da quella barca nello Ionio, nella notte di sabato, nessuno lancerà sos. Almeno fino a quando non sarà troppo tardi.
Quando l’operazione Sar si trasformerà nella raccolta di cadaveri affioranti tra le onde che frangono sulla spiaggia di Cutro.
Nella logica raggelante in cui questo governo ha ridefinito il concetto di soccorso in mare, le sue prassi, le sue regole non scritte, la strage scolora così in “fatalità” dovuta “ad avverse condizioni meteo”. O, peggio, e nell’accezione del ministro dell’Interno, in“irresponsabilità” delle sue vittime che, in un’inqualificabile inversione della logica prima ancora che dell’etica, ne diventano i consapevoli artefici. 
Come se salpare da Smirne in 200 in una stiva fosse una crociera azzardata da danarosi diportisti. Fino al punto da non provare vergogna non solo nel non chiedere scusa per parole inqualificabili, ma anzi riproporle.
Come ha fatto ieri il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Tommaso Foti. “Non mi si dica – se ne è uscito, tornando a sfidare l’oscenità – che nessuno, oggi, con gli strumenti a disposizione, non è in grado di sapere quando sono previste situazioni meteo non di bel tempo. Quando una Regione dice che c’è l’allarme meteo, lo seguite o andate in giro ugualmente? Io su una barca di quel tipo non sarei salito. Tra l’altro se è vero che si pagava 8 mila euro…”.
Ma il governo è riuscito persino a fare qualcosa di più e di peggio che provare a dissimulare la dinamica esatta della strage e la cornice politica ed operativa in cui si è consumata. 
Ha convinto il ministro Piantedosi ad una passerella nell’aula della commissione Affari costituzionali del Senato in cui dismettere la maschera del lupo per provare a convincere il Paese che solo degli stolti non hanno compreso quali siano i veri obiettivi delle politiche migratorie di Palazzo Chigi. “Andare a prendere direttamente i migranti nei loro Paesi con i flussi legali”. “Svuotare i centri di detenzione in Libia”.
Fino all’iperbole, pronunciata e poi smentita a Bruxelles, da Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura e cognato di Meloni, di voler garantire quest’anno l’ingresso regolare nel nostro Paese di 500 mila migranti. 
Un’enormità, affacciata e rimangiata come accade quando non si sa di cosa si stia parlando. O – ed è questo il caso – quando ci si scopre improvvisamente prigionieri politicamente della narrazione securitaria venduta al Paese. 
E ora improvvisamente insostenibile. Non solo di fronte a quelle bare del palazzetto dello sport di Crotone, ma ai dati sugli sbarchi triplicati nei primi due mesi dell’anno e alle informazioni di intelligence che prefigurano per la primavera un esodo incontenibile dalla Tunisia e un aumento dei flussi dalle rotte turche.
Già, potranno gridare quanto vogliono alla “strumentalizzazione” e far salire di giri la macchina del rumore con cui, ad ogni caduta, il governo protegge i suoi sventurati protagonisti. 
 Ma la strage di Cutro, le sue evidenze, la sua dinamica, dicono una cosa sola. Nitida.
L’avviso ai naviganti notificato nell’autunno scorso dalla destra al governo a chi prende il mare per disperazione si è inverato nella sua ferocia. Guai ai naufraghi, perché di loro questa Italia non avrà alcuna pietà.