lunedì 28 ottobre 2024

Il voto negli Stati Uniti tra incertezza, disgregazione sociale e violenza


A poche settimane dal voto i risultati della campagna elettorale – che vede il rinnovo dell’intera House of Representatives, di un terzo del Senato (33 seggi di cui oggi 23 sono occupati da esponenti del partito democratico) e naturalmente l’elezione del o della Presidente – sono assolutamente incerti. Ai sondaggi che dichiarano in testa la Harris (fra i tanti: https://www.ucl.ac.uk/news/headlines/2024/oct/kamala-harris-winning-over-republicans-trump-polls-suggest), si alternano quelli che affermano che Trump è riuscito a sgretolarne il vantaggio (https://eu.detroitnews.com/story/news/politics/2024/10/13/donald-trump-kamala-harris-polls-tighten/75666235007/), laddove i margini della differenza fra l’un candidato e l’altra restano comunque all’interno della soglia di errore statistico ritenuta normale e inevitabile.

Nessuna situazione potrebbe rappresentare in maniera più chiara la fragilità odierna del mondo statunitense, i cui cittadini si scoprono politicamente sempre più divisi su versanti opposti, in larga parte accomunati soltanto dalla sfiducia che la possibilità di un miglioramento delle proprie condizioni economiche derivi dalla politica e da queste elezioni. Il partito democratico, che nel tempo ha rappresentato quelle speranze, ha infatti perso il contatto con la sua base elettorale storica, costituita dagli operai – una figura lavorativa negli Stati Uniti in via di estinzione a giudicare dai numeri persi nel tempo e dalle diminuzioni dei lavori manifatturieri dell’ultimo mese (https://www.nytimes.com/2024/10/04/business/economy/jobs-report-september.html) – e dalle fasce più deboli della popolazione oltre ad essere in crescente difficoltà presso i Latinos e perfino presso i neri americani. I numeri parlano chiaro: «Trump sta oggi ottenendo presso gli elettori neri e ispanici un successo pari o maggiore di qualunque candidato repubblicano che la memoria recente ricordi», sostiene chi dà conto degli ultimi sondaggi che rivelano come Harris avrebbe il 78% dei voti della popolazione nera, contro il 92% ottenuto da Biden nel 2020 e il 56% dei voti ispanici, contro il 63% ottenuto da Biden quattro anni fa, con corrispondenti vantaggi repubblicani (https://www.nytimes.com/2024/10/13/upshot/trump-black-hispanic-voters-harris.html). Si tratta della trasmigrazione di voti a favore di Trump, iniziata nel 2016, di quella parte dell’elettorato democratico delusa dalla politica di Barack Obama per non aver saputo mantenere la promessa di rovesciare le regole che da Reagan in poi hanno continuato a favorire i ricchi (in grandissima maggioranza bianchi) a discapito dei meno abbienti, spesso neri e ispanici (per l’analisi dei dati delle precedenti tornate elettorali cfr. il mio Joe Biden: tutto cambia affinché tutto resti (dis)uguale?, in MicroMega, 1/2021 p. 171 ss.). Non ancora imponente, perché la maggioranza ispanica e nera resta oggi comunque democratica, appare comunque una trasmigrazione di voti capace di rivelarsi determinante per una sconfitta della Harris a fronte alla polarizzazione politica crescente della società americana.

All’attenzione per le politiche economiche e sociali, che sembrano dunque rimanere sempre le stesse – e sempre portatrici di disuguaglianza – indipendentemente da chi sarà al governo, negli elettori si sostituisce infatti la preoccupazione per temi altri: l’immigrazione, il politically correct, la cancel culture, la fluidità di genere, i rapporti fra religione e stato e l’aborto: tutte questioni fortemente divisive che, come scrivono i politologi John Sides, Lynn Vavreck e Michael Tesle (in The Bitter End: The 2020 Presidential Campaign and the Challenge to American Democracy, 2022), comportano la “calcificazione” del voto, ossia bloccano gli elettori all’interno delle proprie preferenze politiche. Le partite elettorali si giocano così sempre di più sui piccoli numeri di persone che cambiano idea, votano per la prima volta, o rinunciano a votare. È per questo che oggi la vittoria o la sconfitta elettorale di un partito dipendono da ciò che avviene in una manciata di Stati in relazione a una manciata di elettori e le conseguenze non sono certo di poco conto.

Non solo – per l’esistenza del più volte analizzato collegio elettorale (cfr. il mio Populismo, presidenzialismo e la debolezza del sistema costituzionale statunitense, in Teoria politica, 11, 2021 https://journals.openedition.org/tp/1743) – sussiste la sempre più forte probabilità che risulti eletto Presidente chi ha meno voti popolari dell’avversario/a, ma è anche sempre più facile che almeno una Camera – se non entrambe – siano in dissonanza rispetto all’orientamento politico del presidente eletto. Ciò non capitava ai tempi che, per semplicità, vengono indicati come di Theodore Roosevelt o di Franklin D. Roosevelt. In entrambi i periodi, i repubblicani prima (dal 1896 al 1932, con l’interruzione della doppia presidenza Wilson) e i democratici poi (dal 1932 al 1968, con l’interruzione della doppia presidenza Eisenhower), avevano vinto i voti popolari per la presidenza 7 volte su nove consecutive e avevano potuto governare per 28 anni, con il controllo della Casa Bianca e del Congresso per ben 24 anni nel primo caso e 20 anni nel secondo. I voti popolari spostabili (su temi economici e sociali) erano, infatti, moltissimi e le maggioranze di governo, stabili per lunghi periodi, risultavano come tali capaci di implementare davvero le proprie politiche.

Feroce è il contrasto con la situazione di odierna “calcificazione” del voto. Da Bill Clinton (1992) in poi i democratici hanno conquistato il voto popolare in 7 elezioni presidenziali consecutive su 8, ma hanno perso per ben due volte la casa bianca (con il primo George W. Bush nel 2004 e con Trump nel 2016) e, nelle cinque tornate vinte, corrispondenti a 20 anni di presidenza, hanno avuto il pieno controllo sul Congresso solo per 6 anni: i primi due di ciascuna presidenza. Oggi il rischio è che nuovamente il partito democratico possa vincere il voto popolare ma perdere la presidenza (se non addirittura vincere il voto popolare per tutte e tre le istituzioni democratiche, ma perdere ovunque la maggioranza dei seggi oltre che la presidenza) e che, anche qualora dovesse vincere il collegio elettorale, la Harris entri per la prima volta nella carica senza il controllo del Congresso (cosa mai successa dal 1884). Il gioco dei pochi voti “flessibili” accentua un problema strutturale del sistema statunitense, nato come poco democratico per garantire al Senato e al Presidente il controllo della minoranza sulla maggioranza, e rischia di rendere sempre meno governabile il paese. A questo proposito basti pensare a quanto ridotti fossero, già nei primi due anni di presidenza Biden, i margini di vantaggio ottenuti dal partito democratico al Congresso. In tali condizioni la difficoltà di portare avanti un programma socio-economico – anche ammettendo che lo si fosse voluto davvero fare e il partito democratico non fosse stato al servizio di chi ha consentito ai suoi eletti di vincere, ossia i grandi poteri corporate che all’uopo hanno stanziato molti miliardi – diventa insormontabile e ciò, generando ulteriore sfiducia nei consociati in ordine alla possibilità che un cambio di rotta sia possibile, comporta una maggiore attenzione durante le elezioni per quei temi altamente divisivi che provocano la “calcificazione” del loro voto. Una conseguenza tira l’altra, insomma, e il risultato è lo scontro sempre più duro fra due opposte e granitiche fazioni, ciò che viene comunemente indicato come il fenomeno della “polarizzazione politica”.

Le fazioni però, lo dice la parola stessa, sono faziose e dalla faziosità alla violenza il passo è breve. Non solo i fatti del 6 gennaio 2021, ma anche il tentato rapimento di Nancy Pelosi a poche settimane dal voto del mid-term del 2022, piuttosto che il recente il doppio tentativo di uccidere Trump, sono i segnali più evidenti della violenza che segna le elezioni politiche negli Stati Uniti. La misura dell’animosità che scorre nelle vene della società statunitense che si approccia al voto del 5 novembre (laddove peraltro il voto anticipato è già in corso in molti Stati) sta tutta nelle parole di chi osserva il fenomeno e chiede attenzione da parte delle istituzioni. «Al Chicago Project on Security and Threats, un istituto di ricerca che dirigo presso l’Università di Chicago» – dice il professor Robert A. Pape – «abbiamo trimestralmente realizzato interviste a livello nazionale per studiare la propensione degli Americani alla violenza politica sin dal 2021. Nello studio più recente, condotto fra il 12 e il 16 di settembre, abbiamo individuato un livello inquietante di appoggio alla violenza politica. E – si badi – si tratta di un atteggiamento bipartisan. Circa il 6% degli intervistati si è detto d’accordo o molto d’accordo che sia “giustificato l’uso della forza per restituire a Trump la presidenza”. Poco sopra l’8% è stato invece d’accordo o molto d’accordo che “l’uso della forza sia giustificato per evitare che Trump diventi presidente”». Dove per “uso della forza”, spiega poco dopo lo studioso, si intende violenza fisica che arriva fino all’assassinio (https://www.nytimes.com/2024/10/10/opinion/violence-election-day.html). Se questo è dunque il quadro della vigilia delle elezioni presidenziali nel paese da cui le sorti di gran parte del mondo dipendono, non c’è davvero di che stare allegri!

Elisabetta Grande - Volerelaluna, 21 ottobre 2024