da Il Fatto Quotidiano del 06/01/2026
“Droga? E’ la scusa, Caracas non conta nel narcotraffico”
di Vincenzo Bisbiglia
Intervista ad Antonio Nicaso
“Il Venezuela non ha alcun ruolo di rilievo nel narcotraffico internazionale. Quindi se questa è la ragione, l’attacco di Trump non è affatto giustificato”. Antonio Nicaso, scrittore e saggista, è uno dei massimi esperti di narcotraffico. E il suo ultimo libro, “Cartelli di sangue”, scritto insieme al procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, è un compendio aggiornato sul fenomeno, anche sul fronte geopolitico.
Nicaso, da mesi lei e Gratteri vi sgolate che il Venezuela non è centrale nel narcotraffico. Eppure Trump motiva il blitz a Caracas e l’arresto di Maduro con la lotta alla droga.
Premesso che non giustifico affatto questa strategia, se Trump fosse coerente dovrebbe attaccare la Colombia primo produttore al mondo di cocaina con un recente surplus del 53%. E poi dovrebbe cercare di fermare tutte le rotte in partenza da Guayaquil, visto che l’Ecuador è ormai diventato una sorta di piattaforma per la cocaina destinata non solo in Nord America, attraverso la rotta pacifica, ma anche in Europa, grazie ai container che poi virano dal canale di Panama e raggiungono l’Europa. Ora c’è addirittura l’Honduras che ha iniziato a produrre. Il Venezuela è decisamente marginale in tutto questo ragionamento.
Non ci sono cartelli della droga in Venezuela?
C’è il Tren de Aragua, fondato da Hector Guerrero detto “Niño”. Secondo la Dea (l’agenzia federale antidroga statunitense, ndr) opera principalmente nelle comunità venezuelane e facilita il traffico clandestino di migliaia di migranti verso gli Stati Uniti, poi li estorce costringendoli alla prostituzione o altri crimini.
E che rilievo ha tra i cartelli sudamericani?
Basta leggere l’ultimo rapporto della Dea, dove si dice testualmente che “i membri del TDA svolgono anche attività di traffico di droga su piccola scala, come la distribuzione di tusi”, una droga sintetica, erroneamente nota come cocaina rosa.
Trump parla anche di Fentanyl.
Ma il Fentanyl viene prodotto in Messico dai cartelli di Sinaloa e di Jalisco e sono coloro che poi, attraverso anche corrieri americani, lo portano negli Stati Uniti. Quindi il Venezuela anche qui non c’entra nulla.
I nipoti della moglie di Maduro sono stati incriminati una decina d’anni fa per narcotraffico. Poi sono stati rilasciati dagli Usa nel 2022 in un’operazione di scambio di prigionieri.
Ma è chiaro che uno dei grandi problemi dell’America Latina è la corruzione dilagante. Basta scorrere l’elenco dei ministri, dei presidenti, dei primi ministri che sono stati condannati. E corruzione e narcotraffico spesso alimentano forme di dittatura o addirittura garantiscono elezioni politiche. Però il problema è poi cercare di individuare le singole responsabilità. Se parliamo di cocaina, bisogna intervenire con politiche precise nella produzione di foglie di coca e in quel caso il paese che garantisce maggiore cocaina è la Colombia, seguito da Perù e Bolivia.
Quindi il modo migliore per combattere il narcotraffico è andare alla base a eliminare le culture?
Sì, ma dando ai campesinos un’alternativa. Nel senso che non possiamo distruggere le coltivazioni e far morire di fame gli agricoltori, per cui quella è l’unica fonte di sostentamento.
Dalle sue letture e dalle sue ricerche, secondo lei qual è la reale motivazione dell’operazione degli Stati Uniti?
Trump ha detto chiaramente che le grandi compagnie energetiche statunitensi arriveranno in Venezuela per ripristinare le infrastrutture e gestirle. Il narcotraffico non c’entra nulla. Bisogna essere coerenti e dire esattamente le cose come stanno. Queste giustificazioni farlocche non servono a nulla e di certo non ci aiutano a comprendere il fenomeno e a combatterlo.