da Il Manifesto del 31/12/2025
Gaza, Lucano si appella a Mattarella: <<Il gemellaggio è un ponte di solidarietà>>
di Silvio Messinetti
«Mi piacerebbe un giorno recarmi a Gaza e firmarlo di persona». Si immagina una Striscia finalmente libera Mimmo Lucano, al termine dell’assemblea nella sala del consiglio con cui ha rilanciato ieri la proposta di gemellaggio tra il comune di Riace, di cui è sindaco, e Gaza City. Una procedura bloccata dal ministro per gli Affari regionali Calderoli, che il 23 dicembre ha scritto all’eurodeputato di Avs in risposta allo schema inviato al dicastero a novembre e sottoscritto ad agosto dallo stesso Lucano e dal suo omologo, Yahya al Sarraj. Ciò sulla base del parere espresso dal vicepremier e ministro degli Esteri Tajani, secondo cui «sussistono rilevanti motivi ostativi, connessi al legame esistente tra consigli locali e sindaci di Gaza e l’organizzazione terroristica Hamas. Pertanto, ove effettivamente concluso, il gemellaggio sarebbe suscettibile di arrecare un grave pregiudizio alla politica estera italiana».
Per Lucano si tratta di «una grave ingiustizia a cui non possiamo sottostare». Per questo ha trascorso le giornate postnatalizie a limare la lettera-appello al presidente Mattarella. Un testo, scarno e netto, in cui precisa i contorni dell’iniziativa: «Vuole essere, il nostro gemellaggio, un ponte che unisce ciò che la guerra divide». È emozionato, Lucano, mentre leggendo il testo tratteggia la figura di al Sarraj: «Un uomo di pace, indicato quale sindaco nel 2019 da un comitato di garanti della società civile di Gaza. E invece, senza alcuna contestazione specifica, additato dalle veline governative come un fiancheggiatore di Hamas».
Lucano si appella al Capo dello Stato quale custode e garante dei valori della Carta costituzionale, tra cui la solidarietà e la pace tra i popoli: «Il gemellaggio – precisa – non vuol essere un tentativo di interferire nella politica estera del Paese ma piuttosto un grido di fraternità per trasformare il dolore in speranza. Per cui trovo sbagliato voler azzerare la decisione autonoma di un comune, violandone l’autonomia statutaria, che non si occupa solo di buche nelle strade e che, a differenza del governo Meloni, non si gira dall’altra parte davanti ai bambini uccisi a Gaza». A testimoniare la travagliata situazione della Striscia, anche in questi mesi di “falsa” tregua, è lo stesso al Serraj che, come 5 mesi fa, si è collegato da remoto. Il suo ufficio è in un palazzo sventrato dalle bombe.
Titolare di un dottorato di ricerca in ingegneria civile ottenuto in Gran Bretagna, ex vicerettore dell’Università di Gaza, si mostra con sciarpa e cappotto. Il collegamento video si interrompe più volte: «Qui fa molto freddo adesso, ha piovuto tanto come non accadeva da anni e le tende non sono adatte per donne e bambini. Non abbiamo ancora ricevuto caravan e case mobili. Migliaia di persone sono accampate tra le macerie delle proprie case». Qualche settimana fa al Sarraj ha scritto insieme ad altri intellettuali un appello al presidente Trump chiedendo di aprire un reale e concreto percorso di pace. Non ha ricevuto ancora risposta. Una cosa è certa: «La gente qui non è disposta a lasciare il proprio paese. Ho parlato con molti miei concittadini: dicono che questa è la loro terra e non intendono andare da nessuna parte».
Quanto ad Hamas e all’accusa mossagli dal governo Meloni, è laconico: «Sono qui per servire la mia gente e non per servire partiti politici. Faccio del mio meglio per aiutare chiunque. Senza alcuna discriminazione: cristiani, musulmani, al di là del loro credo religioso o dell’appartenenza politica».