da Il Manifesto del 11/01/2026
Il blocco di Israele su Gaza, un neonato muore congelato
di Eliana Riva
È riuscito a vivere giusto una settimana Mahmoud al-Aqraa, nato e morto rifugiato nel centro di Gaza, a Deir al-Balah. Lo piangono i genitori, i nonni e il fratello che accompagna il corpicino con uno zaino da scuola sulle spalle, anche se di scuole, intorno a lui, non ce ne sono quasi più. Ora sono più di quindici le persone morte di freddo a Gaza nelle ultime settimane.
A guardarli dall’alto, i rifugi dei palestinesi si muovono come onde sotto le raffiche di vento e la pioggia tagliente. All’interno, mani trattengono lembi di stoffa e teli di plastica per evitare che i drappi, gonfi come paracadute, volino via. Le temperature scendono sotto i nove gradi e le condizioni meteo sono in peggioramento. Le notti sono tutte spifferi e acqua e non si sa più come tenere al caldo i bambini. La protezione civile di Gaza avvisa che ogni fenomeno di bassa pressione può trasformarsi in un disastro umanitario, almeno finché Israele non smetterà di limitare il numero di tende che entrano nei confini della Striscia e di bloccare le case mobili e i materiali che servirebbero almeno a riparare i rifugi danneggiati dal vento. Migliaia di tende sono state distrutte e l’inverno potrebbe diventare una catastrofe.
«NON È UNA CRISI meteorologica – ha spiegato il portavoce della protezione civile, Mahmoud Basal – ma il risultato diretto del divieto all’ingresso di materiali per la ricostruzione, perché le persone vivono in tende strappate e case incrinate, senza sicurezza né dignità». Hermann Gröhe, presidente della Croce rossa tedesca, in un’intervista a Rheinische Post ha parlato delle condizioni disperate in cui vive la popolazione di Gaza, dichiarando che manca ancora tutto: cibo, forniture mediche, energia elettrica, acqua.
EPPURE LA PRESSIONE internazionale su Israele si è molto allentata. Dal cessate il fuoco di ottobre, i raid militari sono meno frequenti e il blocco umanitario è stato limitato, ma entrambi continuano a provocare morti e sofferenze inimmaginabili. Il sangue palestinese scorre quotidianamente, tra esecuzioni sommarie e massacri di sfollati. Tre persone sono state uccise e altre ferite sabato in una serie di attacchi aerei e colpi d’artiglieria israeliani contro diverse aree. Secondo fonti mediche, un palestinese è stato ammazzato e un altro ferito da un drone che ha colpito la rotatoria di Bani Suheila, nel centro di Khan Younis. Altri due sono stati uccisi dal fuoco dei mezzi militari israeliani a est del quartiere Zeitoun, a Gaza City. Come al solito l’esercito dichiara che si trattava di palestinesi che hanno «superato la linea gialla», quella immaginaria che traccia la parte di Striscia occupata da Tel Aviv.
I RAID SEMBRANO incrementare mentre si attende l’annuncio del presidente Usa, Donald Trump, sull’inizio della seconda fase del suo piano per Gaza. Secondo diverse fonti, l’istituzione del cosiddetto «Consiglio di pace» dovrebbe avvenire entro il mese di gennaio, probabilmente questa settimana. Nickolay Mladenov, l’ex inviato delle Nazioni unite che dovrebbe diventare «alto rappresentante» del «Board of peace» (e non il suo direttore generale, come dichiarato dal premier israeliano), ha lasciato il Medio Oriente dopo aver incontrato Benyamin Netanyahu e Hussein al-Sheikh, vicepresidente del Comitato esecutivo dell’Olp e successore designato di Abu Mazen.
Il premier israeliano è tornato ieri a parlare della crescita dell’industria bellica, dichiarando in un’intervista a The Economist che entro dieci anni il paese non avrà più bisogno delle armi degli Stati uniti (3,8 miliardi di dollari all’anno in aiuti militari, pari al 15%del bilancio della difesa di Israele). Il senatore repubblicano Lindsey Graham, alleato prezioso di Netanyahu a Washington, ha risposto che il taglio degli aiuti dovrebbe avvenire anche prima di dieci anni, per reinvestirne la spesa nell’esercito Usa.
TRA IL 2023 E IL 2025 Israele ha ricevuto dagli Usa 32 miliardi di dollari in armi: è probabile che queste dichiarazioni roboanti servano allo scopo di rassicurare i Maga, infastiditi dalla dipendenza israeliana dalle risorse americane. Nella stessa intervista, Netanyahu ha dichiarato di essere certo che vi sarà un allargamento dei rapporti commerciali con i paesi arabi, sostenendo che ai loro leader non interessi minimamente ciò che accade in Palestina ma che siano preoccupati solo dell’impatto sull’opinione pubblica interna.