mercoledì 28 gennaio 2026

da Il Manifesto del 18/01/2026

Milano cancella il villaggio modello dei rom

di Vincenzo Romania e Tommaso Bertazzo


Baracche, degrado, criminalità. Nulla di questo sopravvive al primo sguardo al Villaggio delle Rose, alle porte sud di Milano. Qui, da oltre venticinque anni, cinquanta famiglie rom harvati vivono in case autocostruite, stabili e curate. Non si tratta di irregolari né di migranti economici, ma di cittadini italiani, discendenti di popolazioni deportate negli anni Trenta in seguito alla forzata italianizzazione dell’Istria.

ALL’INGRESSO del Villaggio, visibili da via della Chiesa Rossa, alcuni striscioni raccontano la loro battaglia: «Il Villaggio delle Rose non è abusivo», «La casa datela a chi ne ha più bisogno», «I nostri bambini hanno bisogno di stabilità». Gli abitanti non chiedono nuove abitazioni, ma il diritto di restare in quelle che già chiamano «casa». Lo fanno con una proposta inedita: costituirsi in cooperativa a proprietà indivisa per riqualificare l’area e trasformarla in un’area residenziale comunitaria. Qualcosa di unico e in totale controtendenza rispetto a un contesto nazionale, tristemente noto come il Paese dei Campi. Eppure, dall’agosto scorso sugli abitanti del Villaggio incombe un’ordinanza di sgombero firmata da Giuseppe Sala, frutto di rigidità burocratiche, opportunismo politico e di una sensibilità condivisa che evidentemente manca.

Questa storia comincia alla fine degli anni Novanta, quando la giunta Albertini realizza il campo nomadi «Villaggio Lambro Meridionale», trasferendovi circa 200 rom sgomberati da un’area poi destinata a un ipermercato. La municipalità concede un insediamento definito «permanente»: le famiglie possono costruire abitazioni a proprie spese, purché senza fondamenta. Ognuna riceve una piazzola, nient’altro. Nel tempo gli abitanti trasformano e fanno proprio quello spazio, ciascuno secondo le proprie possibilità. «Questa casa era un semilavorato abbandonato in una ditta. Su queste quattro mura ci ho investito tutti i miei risparmi, oggi è una bomboniera», conferma uno di loro.

NEI PRIMI ANNI DUEMILA nasce la cooperativa Nevi Bait (Fortuna Nuova), che gestisce servizi di mediazione culturale, progetti di inclusione scolastica e lavorativa. Tutto cambia a partire dalla giunta Moratti: i finanziamenti vengono tagliati, i servizi ridotti, lo scuolabus eliminato. La scuola più vicina dista oltre due chilometri e mezzo e i trasporti pubblici sono insufficienti. L’abbandono istituzionale genera dispersione scolastica, precarietà, marginalità. È la produzione istituzionale dell’esclusione, che culmina nel 2008 con lo stato di emergenza sui «campi nomadi».

Intanto emergono gravi carenze infrastrutturali: impianti elettrici e fognari inadeguati, assenza di riscaldamento. Le famiglie chiedono interventi, senza risposta. Le stufette elettriche sovraccaricano la rete, iniziano gli allacci abusivi. «Se hai bambini o anziani, ti arrangi», dice un residente. Di nuovo, la devianza non nasce spontaneamente: è il prodotto di una gestione che precarizza e stigmatizza.

NEL DICEMBRE 2024 arriva la svolta. Con la delibera 1571/2024, il Comune avvia il «superamento» dell’area, giudicata insicura, degradata e abusiva. A metà mese giunge la comunicazione di sgombero. «In quel momento abbiamo capito che avremmo perso tutto», racconta uno di loro. L’angoscia è quotidiana.

IL COMUNE APRE un tavolo tecnico. Con il supporto delle associazioni Khetane e Upre Roma, il 28 gennaio 2025 gli abitanti presentano una proposta di cooperativa a proprietà indivisa per restare e riqualificare l’area. Gli assessorati alla casa, welfare e sicurezza si dicono interessati, ma sollevano dubbi: compatibilità urbana, sicurezza, irregolarità edilizie. E soprattutto, come emerge dai verbali, il peso delle «implicazioni politiche» in vista delle elezioni del 2027.

Il 28 maggio arriva un progetto dettagliato, supportato da due grandi architetti di fama nazionale: La Varra e Rabaiotti. Il Villaggio viene ripensato come spazio di coabitazione solidale, alternativo alla segregazione e all’individualismo urbano. Il piano prevede abitazioni sostenibili, costi contenuti, fasi di bonifica e riqualificazione, secondo il modello di «costruzione aperta» di Alejandro Aravena. Al Villaggio delle Rose, inoltre, sorge il primo monumento italiano dedicato al porrajmos, lo sterminio di rom e sinti.

ANCORA UNA VOLTA, il progetto viene giudicato di qualità, ma respinto: troppi vincoli, troppi rischi. I carotaggi, disposti dal Comune, certificano l’inquinamento del terreno. È la pietra tombale al riscatto. Arriva l’ordinanza di sgombero. Alle famiglie più fragili vengono offerte sistemazioni temporanee o l’accesso alle graduatorie Sap. Per gli altri, l’alternativa è l’accoglienza emergenziale nei centri migranti. «Io sono un cittadino italiano – dice un anziano residente -. Questa casa l’ho costruita io. Capisci in che situazione ci hanno messo?».

Le famiglie presentano istanza di sospensione. L’attenzione politica cala, complice l’inchiesta urbanistica che investe Palazzo Marino. Molti restano ancora nell’area, in attesa di una decisione.

L’INQUINAMENTO è reale. Ma ciò che colpisce è che per 25 anni nessuno se ne sia accorto. «La terra di riporto l’ha portata il Comune – ricorda un residente – Dentro c’era di tutto». Oggi, quando una comunità chiede di assumersi la responsabilità di superare il campo dal basso, quella stessa area diventa improvvisamente inabitabile.

Le istituzioni invocano il superamento dei campi, ma quando questo prende forma concreta, autonoma, comunitaria, diventa inaccettabile. Il Villaggio delle Rose smaschera il flat-bias delle politiche abitative: l’idea che l’unico modo legittimo di abitare sia l’appartamento standard, individuale, atomizzato. Non è un caso che questa storia si consumi a Milano, capitale della speculazione immobiliare. Né che siano proprio i rom, il gruppo più stigmatizzato d’Europa, a indicare una via alternativa.

«Siamo l’ultimo popolo ribelle», dice Toni. Gli ultimi fra gli ultimi, che rischiano di perdere tutto: la casa, la dignità, la libertà.