da Il Manifesto dell’ 08/01/2026
Ucraina: volenterosi,
il gioco dell’oca della guerra
di Tommaso Di Francesco
Torna ad aleggiare l’insopportabile cattivo odore del doppiopesismo sul diritto internazionale. Con, da una parte, l’operazione di polizia in Ucraina, così l’ha chiamata sfacciatamente Putin, che ci vede, Italia ed Unione europea, schierati e coinvolti militarmente con l’aggredito, con invio di armi ormai di offesa e con la strategia guerrafondaia del riarmo; e dall’altra l’applauso convinto dei Paesi Ue a favore dell’aggressore per l’«operazione di polizia» di Trump contro il Venezuela.
Per la quale plaudono sia Netanyahu, scontato perché avanguardia criminale e capofila praticante del modello Trump in Medio Oriente, sia, piuttosto incredibilmente, anche il governo ucraino che si spertica in battimani verso la Casa Bianca. Mentre si approssima la minaccia del potente alleato atlantico all’europea Danimarca per il controllo dei tesori della Groenlandia. Uno spettacolo-mondo nel quale la menzogna dei governanti non bada a spese e a parole perché, raccontano, diventa legittimo riarmarsi e preparare la guerra per «preparare la pace» – un teatrino «scandaloso» l’ha definito il nuovo papa.
COSÌ ASSISTIAMO alla sceneggiata dell’ennesimo vertice dei Volenterosi. Stavolta però è «un fatto storico»: consiste nella riproposizione ma «robusta», cioè già apparecchiata con truppe, armi, schieramenti, forniture militari, allocazioni sul terreno, di una forza di interposizione franco-britannica, naturalmente «di pace», pronta ad intervenire sul terreno in Ucraina per vigilare «per terra, per mare e per cielo» sul rispetto della tregua. Ribadiscono certo «solo dopo la tregua raggiunta» e lontano «dalla linea di separazione dei combattenti», e ovviamente per una «pace duratura».
Nella scena di martedì sera un soddisfatto Macron attorniato da una parte da Zelensky – al ripetuto rimpasto a Kiev e sempre alle prese con le pesanti accuse interne di corruzione – e il leader britannico Starmer dall’altra, davanti ad un tavolino firmano l’accordo; dietro le tribune con altri due convitati che entrano solo dopo in scena, il cancelliere Merz che a quanto pare non ha firmato e i più importanti per la rappresentazione, Steve Witkoff inviato con Jared Kushner di Trump, che avrebbero dato la disponibilità americana a monitorare e ad intervenire contro la Russia di fronte ad una violazione del cessate il fuoco.
Che non c’è. E, assai probabilmente, non ci sarà a questa condizioni. Certo anche Merz, che non disdegna una frecciata a Zelensky sui troppi profughi ucraini arrivati in terra tedesca, annuncia che la Germania è pronta a mandare truppe «non in Ucraina, ma in un Paese Nato» confinante – pesano il riarmo miliardario la nuova leva militare a Berlino per giovani tedeschi. Quanto ai due convitati di pietra, Witkoff e Kushner assicurano il coinvolgimento Usa nel sistema di sicurezza per Kiev sotto attivazione dell’articolo 5 dell’Alleanza atlantica pur senza Kiev nella Nato. Insomma la Nato senza la Nato. Disponibile Erdogan, il Sultano atlantico per tutte le stagioni che si vuole “equidistante”.
FATTO SINGOLARE, per capire il senso vero di quello che è accaduto, ben prima dei risultati della conferenza stampa dei Volenterosi, è arrivata subito la presa di posizione di Giorgia Meloni, stavolta presente al vertice: «Non ci saranno sul terreno truppe italiane».
FIUTATO L’ODORE di bruciato di una evidente compartecipazione della coalizione ad un conflitto diretto con Mosca – siamo ormai sul cratere di una terza guerra mondiale – la premier italiana schiera armamenti e bagagli ma non uomini in armi: del resto come farebbe, lei e la sua coalizione, a spiegare a quel punto che «non siamo in guerra con la Russia»? Una evidenza che se diventasse lampante metterebbe in gioco subito la stabilità e la tenuta della coalizione di governo di destra-estrema destra davanti ad una più che riottosa opinione pubblica. Ma chissà? Magari potrebbe trovare sponde interventiste nel Pd – per «fare a Mosca quel che Trump ha fatto a Caracas», dice l’entusiasta eurodeputata Gualmini?
Quello che è andato in onda a Parigi appare come una prova teatrale di coesione dell’Europa – ora alla ricerca di un consenso istituzionale alla guerra nei vari parlamenti -, alla quale non manca, come da giaculatoria, la difesa ma la politica estera finora surrogata dalla Nato, e nonostante questo alla disperata ricerca di un legame subalterno con Trump.
UNA PROVA PERÒ assai controproducente sul terreno. Perché la proposta di forze militari franco-britanniche di interposizione dopo un cessate il fuoco, non avvicina la fine dei combattimenti ma allontana proprio il cessate il fuoco. Non solo perché la Russia considera questa proposta un azzardo contro la sua sicurezza – ha dichiarato ripetutamente Lavrov che i militari occidentali “peacekeeper” sarebbero obiettivi militari in una situazione di tensione e scontro di fronte ad una violazione della tregua – come accaduto per i tanti strumentali cessate il fuoco nelle troppe guerre occidentali che abbiamo conosciuto. Il fatto è che dal punto di vista dell’origine della guerra, ci si chiede come sia possibile pensare che truppe appartenenti alla Nato entrino in Ucraina, quando proprio l’allargamento della Nato e il ruolo dell’Alleanza, «al fianco di Kiev dal 2014» secondo l’ammissione dell’ex segretario Jens Stoltenberg – e con quali risultati -, sono state una delle principali cause originarie quanto nefaste di questa guerra e della stessa aggressione russa?
L’interposizione o sarà di forze al di sopra delle parti – impossibile non pensare ad un coinvolgimento delle Nazioni unite e del Sud del mondo – che rappresentano ancora il diritto internazionale che ha giustamente condannato Putin e Netanyahu, ma bofonchia su Trump; oppure sarà uno strumento perché riprenda dall’inizio e si estenda – come scrive nel saggio “Tastiere in gabbia” (ed. Dedalo-Orwell), il giornalista del Corriere della Sera Massimo Nava – il gioco dell’oca della guerra ucraina.