da Mosaico di Pace di novembre 2025
Contro la barbarie
Preti contro il genocidio: una rete di sacerdoti che scelgono di rompere il silenzio
di Rito Maresca (sacerdote, Rete “Preti contro il genocidio”)
“Perché restate in silenzio?”
“Perché restate così in silenzio? Perché non scendete in piazza, perché non organizzate un momento di preghiera davanti al Quirinale?”.
Queste parole, scritte da una suora missionaria in Giordania davanti al massacro di Gaza e l'apartheid che soffoca il popolo palestinese, mi hanno trafitto. Mi hanno interrogato e provocato: "perché?"
Intorno a me vedo uomini e donne di buona volontà mobilitarsi: fiaccolate, marce silenziose, racconti di umanità ferita. Eppure, la domanda tornava insistente: "Perché la Chiesa tace?”.
I miei giovani me lo chiedevano, la mia comunità me lo chiedeva. Certo, non sarebbe giusto parlare di un vero silenzio: Gaza era nel cuore di papa Francesco, che chiamava ogni sera padre Romanelli: la diplomazia vaticana operava nel suo stile paziente; anche papa Leone, con voce commossa, chiedeva “una pace disarmata e disarmante”. E tanti sacerdoti, religiosi e religiose provavano e provano a non far spegnere la lampada della fede in questo tempo oscuro.
Eppure alle comunità arrivava solo il rumore delle bombe e il silenzio. Il bollettino dei morti, e poi silenzio. Le violazioni del diritto internazionale, e poi silenzio. I colpi sparati sulla gente in cerca di cibo, e poi ancora silenzio. Mi sono chiesto: posso fare qualcosa?
Fare politica
Era agosto, tempo di stanchezza e di caldo che intorpidisce le coscienze. Chi sono io? - mi domandavo - un povero prete di una frazione di un piccolo comune della provincia di Napoli. Eppure, le grandi storie della Bibbia cominciano proprio così, dalla sproporzione: “Chi sono io per andare dal faraone?” Proprio come nel mio cuore risuonava la domanda: “Chi sono io per andare a pregare al Quirinale?”. Ma, al tempo stesso, anche la parabola del Buon Samaritano si faceva concreta davanti a me: non era un uomo ad essere stato derubato e lasciato a terra, ma un intero popolo. Derubato della terra, della dignità, del futuro dei bambini che non vanno a scuola, della possibilità di curarsi, di vivere. Mentre sacerdoti e leviti, presbiteri e “gente di Chiesa” sembravano passare oltre, non per cattiveria, ma per impotenza e il timore di “fare politica”. Io non volevo essere quel sacerdote che passa oltre. Non volevo predicare il Regno di Dio senza rischiare nulla.
Così, con pochi strumenti ma con un fuoco dentro, ho deciso di chiedere ad amici preti di camminare insieme. E’ nato così, il 12 agosto, un semplice gruppo WhatsApp: “Preti contro il genocidio”. Nessun programma, solo il desiderio di unire voci disperse. Abbiamo scelto consapevolmente una parola scomoda, “genocidio”: non per presunzione, ma perché noi siamo ministri della Parola, la parola è la nostra unica arma e volevamo usare ogni parola pur di fermare la strage, per difendere la vita e per denunciare l’ingiustizia.