martedì 13 gennaio 2026

 GLI IMMIGRATI: SCONFITTI MA NON VINTI

Gabriella CARAMORE*

 

Circa una decina di anni fa ho ricevuto un librino esile, dal titolo delicatissimo e dalla scritura sapiente: Piccola intervista sull'eleganza del fiore che muore. Ne era autrice Hannah Joné Listieva, una donna timida e pensosa, che più tardi ho anche conosciuto, e che ogni tanto continua a scrivermi qualche lettera, aggiornandomi sulla sua vita di sacrifici, di stenti, di gentilezza e di cultura.

Hannah, nata in Russia quando era ancora Unione Sovietica, ha studiato psicopedagogia specializzandosi in logopedia. Alcune circostanze sfavorevoli della sua vita l’hanno portata a migrare in ltalia, dove da anni fa la badante a una anziana signora che scivola tristemente verso la demenza.

Condivide un appartamento con altre due persone, e questo le sembra già una conquista, dopo aver vissuto per tre volte in strada, come i senza dimora.

Manda a casa tutti i soldi che può, legge nella biblioteca della sua città del centro-nord, trae conforto da un gatto raccolto per strada, e cerca disperatamente un «punto di luce» che non trova.

incontra sovente umiliazioni, sospetti, malcelato o esplicito disprezzo.

«Ho quasi smesso», mi scrive, «di sentirmi un essere umano. Mi chiedo continuamente: cosa dovrebbe fare un immigrato per essere promosso e di conseguenza considerato un essere umano? Non riesco a trovare una risposta».

Nemmeno noi riusciamo a trovare una risposta. Dentro la grande immigrazione di questi tempi ci sono situazioni che presentano aspetti ben più complessi e di gestione ben più difficile rispetto a ciò che chiede la mite e delicata Hannah: un po’ di considerazione in più, una maggiore tutela dei suoi diritti, un po’ di rispetto umano che non le venga elargito come un dono raro, un po’ di speranza di costruire qualcosa. Si tratterebbe solo di educarci - tutti - all'uguaglianza, alla fraternità e alla giustizia.

Davvero i nostri concittadini che inneggiano ai vari “decreti sicurezza” pensano che le nostre strade e le nostre case possano essere più sicure senza un progetto che dia ai nuovi arrivati più diritti (gli stessi che abbiamo noi), più responsabilità e dignità, e qualche minima attesa di futuro, da costruire insieme?

 

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*Gabriella Caramore in “Jesus” del luglio 2019