venerdì 23 gennaio 2026


LA VERA SAGGEZZA

José SARAMAGO*

 

L'uomo più saggio che abbia mai incontrato in vita mia non sapeva né leggere né scrivere. Alle quattro del mattino, quando la promessa di un nuove giorno era ancora lontana, si alzava dal suo  giaciglio e usciva nei campi, portando con sé la mezza dozzina di scrofe dalla cui fertilità dipendevano lui e sua moglie. Questa era la vita dei miei nonni materni, Jerónimo Melrinho e Josefa Caixinha, analfabeti entrambi, che vivevano di un piccolo allevamento di maiali, venduti ai vicini dopo lo svezzamento, nel villaggio di Azinhaga, nella provincia del Ribatejo.

Durante i rigidi inverni, quando il freddo notturno ghiacciava l'acqua nelle brocche dentro casa, i miei nonni portavano nella loro stessa cuccia i maialini più deboli. Sotto le coperte ruvide, il calore umano li salvava da morte certa. Non era compassione a guidare quel gesto, ma il puro istinto di proteggere il loro sostentamento quotidiano, con la naturalezza di chi vive per necessità e senza sentimentalismi superflui.

Spesso aiutavo mio nonno Jerónimo a pascolare gli animali o a lavorare la terra dell'orto accanto a casa. Tagliavo legna per il fuoco, tiravo su l'acqua dal pozzo comunitario girando una grande ruota di ferro e la portavo sulle spalle. A volte, all’alba, seguivo mia nonna nei campi per raccogliere la paglia lasciata dai raccolti, che sarebbe servita come lettiera per gli animali.

In certe calde notti estive, dopo cena, mio nonno mi diceva:

- José, stanotte dormiamo sotto il fico.

Tra i tre fichi del cortile, ce n'era uno, il più grande e il più antico, che tutti chiamavamo semplicemente “il fico”. Distesi sotto la sua chioma, mentre il sonno si  avvicinava, guardavo una stella spuntare fra i rami per poi nascondersi dietro una foglia. Alzando lo sguardo, vedevo il fiume silenzioso della Via Lattea, che nel villaggio chiamavamo ancora il cammino di Santiago.

Le storie di mio nonno riempivano quelle notti. Raccontava leggende, apparizioni, antichi avvenimenti, battaglie e parole degli antenati. Era un flusso inarrestabile di memorie, che mi teneva sveglio e, allo stesso tempo, mi cullava dolcemente. Non so se smettesse di parlare quando si accorgeva che mi ero addormentato o se  continuasse, raccontando per se stesso, forse per non dimenticare o per arricchire le storie di nuovi dettagli.

In quegli anni, per me, mio nonno Jerónimo era il padrone di tutta la conoscenza del mondo. Ma con il tempo, quando lui non c'era più e io ero diventato adulto, capii  che anche mia nonna, in fondo, credeva nei sogni.

Una notte, seduta davanti alla sua povera casa, sola e guardando le stelle, disse:

- Il mondo è cosi bello, e io ho tanta pena di morire.

Non disse paura di morire, ma pena di morire, come se la vita fatta di fatiche e sacrifici ricevesse in quel momento, alla fine, la grazia di un'ultima bellezza rivelata,

Era una casa come nessun’altra, abitata da persone capaci di dormire con i maialini come fossero figli, da gente che sentiva pena per dover lasciare la vita solo perché il mondo era bello.

E c’era mio nonno Jerónimo, pastore e narratore, che, quando intuì che la morte si stava avvicinando, si congedò dagli alberi del suo orto, abbracciandoli uno a uno e piangendo perché sapeva che non li avrebbe mai più rivisti.

* Scrittore portoghese

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da QUALEVITA n. 214