venerdì 20 febbraio 2026

da Confronti di febbraio 2026

IL SONNO DELLA DEMOCRAZIA NELLA NOTTE AMERICANA

di Paolo Naso

 

“Unico limite ai miei poteri è la mia moralità“, ha affermato Donald Trump il 9 gennaio scorso, senza che questa frase, degna di Luigi XIV o di qualsiasi altro monarca assoluto, destasse particolare scalpore. Forse ha mosso qualche coscienza la notizia della donna di Minneapolis - Renée Nicole Macklin Good - uccisa da un agente dell'Ice (Immigration and Customs Enforcement) in circostanze che, a giudicare dai video disponibili, appaiono sconcertanti: l'omicidio a freddo di una donna disarmata che protestava e che non era disposta a farsi intimidire da un energumeno in divisa. È la notte americana, un buio fitto che cancella diritti fondamentali come quelli scolpiti nel I emendamento della Costituzione che vieta al Congresso di promulgare leggi che «limitino la libertà di parola, o della stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti».

Negli Usa di Donald Trump chi scende in piazza a protestare o chi soccorre i migranti, lungo la frontiera o anche in Stati interni come il Minnesota dove è stata uccisa Renée Nicole Macklin Good, rischia l'arresto, la violenza della polizia e persino la vita. Al contrario, tutti amnistiati i responsabili dell'insurrezione armata del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill, i bravi padri di famiglia e le premurose madri del "popolo Maga".

È la militarizzazione dello scontro politico, una svolta evidentemente dettata dalla Casa Bianca che non ha paura di schierare le guardie federali contro le polizie locali e i governatori di Stati che il presidente giudica suoi avversari.

È esattamente l'opposto di quanto accadeva negli anni Cinquanta e Sessanta quando i presidenti inviavano le truppe federali a difesa dei giovani afro americani - e non solo - che protestavano per reclamare i loro diritti civili.

Accadde, ad esempio, del 1957 a Little Rock (Arkansas), sotto la presidenza Eisenhower e a Selma (Alabama), ai tempi di Lyndon Tohnson nel 1965. In quelle occasioni il potere centrale ordinò alle forze armate di difendere i diritti civili riconosciuti dai tribunali; oggi, in un mondo capovolto e nello spirito di un potere assoluto e privo di contrappesi, la Casa Bianca interviene a dispetto della legge, per intimorire e reprimere. In questo quadro rientra anche il tardivo proclama della Casa Bianca per il Martin Luther King Day, diffuso solo nella serata del 19 gennaio e dopo aperte critiche delle organizzazioni per i diritti civili: mossa tardiva e risibile nei giorni in cui la popolazione bianca di Minneapolis organizza la spesa per i migranti che, terrorizzati, evitano di uscire per strada per non essere intercettati dagli agenti armati dell'Ice.

C'è chi applaude, perché finalmente qualcuno impone Law and Order, rendendo l'America "più sicura" e "più stabile"; per un'altra parte di americani è l'incubo di un regime autoritario che si va costruendo pezzo dopo pezzo, contestando i giudici, ridicolizzando i giornalisti, irridendo all'ordine internazionale, mentendo all'opinione pubblica e a sé stessi. È questa un'America ancora incredula e stordita, incerta sulle strategie da adottare eppure consapevole del rischio di autoritarismo illiberale che incombe sul proprio Paese.

Sono magistrati, governatori, qualche politico di seconda fila, qualche leader religioso, settori della società civile che si raccolgono sotto gli striscioni “No King" rivendicando il diritto alla protesta e invocando il rispetto delle libertà

costituzionali.

La notte americana si consuma nel sonno di democrazie stanche e ripiegate sulle proprie agende interne. Ciò che accade intorno scorre rapido e senza veri traumi di coscienza: Gaza diventa l'ennesimo capitolo di una guerra senza

fine; dopo tre anni di conflitto tra Russia e Ucraina restano confuse responsabilità e giudizi su oltre 500mila morti; sule proteste iraniane tante anime belle, generalmente pronte a scendere in piazza, problematizzano ogni giudizio nel timore che le manifestazioni e i morti facciano parte del solito disegno geopolitico americano. Solidarietà sì, ma senza esagerare perché, alla fine - questa la vulgata - «il disegno degli Usa è sempre più pericoloso delle fucilazioni di massa dei mullah».

Dobbiamo prenderne atto: anche il mondo occidentale vive una torsione illiberale, in cui la democrazia conta meno del consenso, del populismo, della percezione della sicurezza, della forza militare. Ne è prova che le istituzioni internazionali nate per garantire una governance democratica fondata sui diritti vivono la crisi più profonda da quando sono nate. Nessuno ha la ricetta per correggere questa tendenza, ma almeno due cose possiamo farle: chiamare questo processo per ciò che è, autoritario e antidemocratico. Sarà scomodo e impopolare, ma dirlo – o gridarlo - aiuta a tenerci svegli. E poi riattivare la memoria e il cervello, per ricordare il sogno democratico che animava quelle democrazie in cui molti di noi hanno goduto di diritti altrove negati. Almeno questo.