mercoledì 11 febbraio 2026

da Esodo di dicembre 2025

Questioni di fine vita: implicazioni etiche

di Carlo Casalone*


*Gesuita, medico e teologo, accademico della Pontificia Accademia per la Vita della Santa Sede, docente alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, Carlo Casalone chiarisce il ruolo della Chiesa cattolica nel dibattito pubblico, nella nostra società democratica pluralista in merito alle decisioni sul morire.


Vale la pena anzitutto precisare che la Chiesa cattolica non dispone di un pacchetto di verità preconfezionate, pret-à-porter, di ricette da prescrivere per qualunque domanda. Essa non è quindi il centro di una sfera, ma - come diceva papa Francesco - una delle facce del poliedro.

Il contributo dei credenti al dibattito pubblico

Il pensiero teologico si evolve nella storia, nell’ascolto della Parola di Dio, in una dinamica di reciproco arricchimento. L’intervento e la testimonianza della Chiesa, in quanto anch’essa partecipa nel dibattito pubblico, intellettuale, politico e giuridico, si colloca sul piano della cultura e del dialogo tra le coscienze. Il contributo dei credenti si svolge all’interno delle differenti culture, né sopra - come se essi possedessero una verità data a priori - né sotto - come se fossero portatori di un’opinione rispettabile, ma svincolata dalla storia, dunque inaccettabile. Tra credenti e non credenti occorre instaurare una relazione di apprendimento reciproco.

In quanto credenti ci poniamo quindi le stesse domande che riguardano tutti, nella consapevolezza di trovarsi in una società democratica pluralista. In questo caso, circa la fine della vita (terrena), ci troviamo come tutti davanti a una domanda comune: come è possibile raggiungere (insieme) il modo migliore di articolare il bene (piano etico) e il giusto (piano giuridico), per ciascuno e per la società?

Per un’autonomia relazionale

Per rispondere a questa domanda un primo punto fondamentale riguarda la nozione di libertà. La riflessione teologica ha maturato una concezione della persona che parte da un dato per tutti riconoscibile, cioè che noi siamo fin dall'inizio inseriti in un contesto di relazioni che ci rende solidali gli uni con gli altri. La nostra identità personale è strutturalmente relazionale. Ce ne siamo accorti con evidenza quasi brutale durante la pandemia: i comportamenti di ciascun hanno (avuto) ricadute sugli altri. Siamo tutti interconnessi, legati gli uni agli altri.

Anche la vita umana, che ognuno di noi riceve da altri, non è riducibile solamente a oggetto di una decisione che si limita alla sfera privata e  individuale: ne siamo responsabili verso altri, su cui le nostre scelte hanno un impatto (e viceversa). La libertà umana, per esercitarsi correttamente, deve tener conto delle condizioni che le hanno consentito di emergere, e assumerle nel suo operare: in quanto preceduta da altri, è responsabile di fronte a loro.Questo è il motivo per cui l’autodeterminazione è fondamentale, ma allo stesso tempo non è assoluta: è sempre relativa (agli altri).

Per quanto riguarda le decisioni su morire, questo non significa ritornare al vecchio paternalismo medico, bensì sottolineare un’interpretazione dell'autonomia relazionale e responsabile. Accentuare un'interpretazione astratta dell'autodeterminazione porta a  sottostimare la reciproca influenza che si realizza attraverso la cultura e le circostanze concrete: richieste apparentemente libere sono in realtà frutto di un'ingiunzione sociale, più o meno implicita, che risente anche della logica della convenienza economica. Come si vede dall’esperienza dei Paesi in cui è consentita la “morte (medicalmente) assistita”, la platea delle persone ammesse tende a dilatarsi; ai pazienti adulti competenti si aggiungono pazienti in cui la capacità decisionale è compromessa, talvolta gravemente: pazienti psichiatrici, bambini, anziani con decadimenti cognitivi. Viene così aggirata la condizione dell'espressione attuale della volontà del paziente: si ammette che la persona non è competente, ma si presuppone che, se lo fosse, farebbe richiesta di eutanasia, e quindi si procede. Si passa così a forme esplicite di eutanasia non volontaria; come del resto crescono i casi di sedazione palliativa profonda senza consenso. L’esito complessivo risulta paradossale: in nome dell'autodeterminazione si arriva a comprimere l'esercizio effettivo della libertà, soprattutto per coloro che sono più vulnerabili. Lo spazio dell'autonomia viene gradualmente eroso.