da Internazionale del 30/01/2026
A Minneapolis è nato un modello di resistenza
di Robert F. Worth, The Atlantic, Stati Uniti
Il convoglio di sei suv dell’Ice si è fermato e all’istante decine di persone lo hanno assalito, tutte con il telefono in mano, mentre altre uscivano di corsa dalle case vicine – una donna era in pantaloncini, con sei gradi sotto zero – e circondavano gli agenti mascherati e pesantemente armati che erano scesi dai veicoli neri. La furia della folla sembrava quasi una forza fisica, reale quanto la cacofonia di fischi, clacson e cori rabbiosi: "Via l’Ice! Vaffanculo! Tornate a casa!”.
Gli agenti hanno gettato un manifestante sull'asfalto fangoso e gli sono saliti sopra. Poi lo hanno ammanettato e trascinato via. Il volume delle urla è aumentato. Visto che la strada era bloccata da quelli che li contestavano e dalle loro auto, gli agenti si sono fatti largo lanciando candelotti lacrimogeni. Le nuvole di fumo bianco hanno cominciato a gonfiarsi nell’aria invernale. Un uomo ferito mi è passato accanto ed è andato a vomitare sulla neve.
Dalla mia posizione, a pochi metri dagli scontri, mi è sembrato di assistere a una caricatura brutale della spaccatura che oggi divide gli Stati Uniti: da un lato c’erano uomini in assetto militare che cercavano di imporre l'ordine con le armi, dall'altro persone infuriate che gridavano chiedendo giustizia.
Ma dietro la violenza di Minneapolis, immortalata nelle ultime settimane da centinaia di fotografie sconvolgenti, si nasconde una realtà diversa: la meticolosa coreografia di una rivolta civile. Se ne possono vedere le tracce nei tanti fischietti tutti uguali usati dai manifestanti, nei loro cori, nelle loro strategie e nel modo in cui seguono gli agenti dell’Ice senza però impedirgli di portare a termine i loro arresti. Nell’ultimo anno migliaia di cittadini del Minnesota sono stati formati per diventare osservatori legali e hanno partecipato a lunghe simulazioni in cui provare scene identiche a quella a cui ho assistito io. Pattugliano i quartiere giorno e notte, a piedi, restando in contatto attraverso applicazioni criptate come Signal e usando reti che sono state create dopo l'omicidio di George Floyd nel 2020.
Ho sentito decine di persone definirsi non semplici manifestanti ma “protettrici”: delle loro comunità, dei valori, della costituzione.
Ultime notizie: Repressione e ritirata (di CNN)
Dopo settimane di scontri e repressione, il 27 gennaio il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato una “piccola de-escalation” a Minneapolis, la città del Minnesota presa di mira dagli agenti dell’Immigrazione and customs enforcement (Ice).
La decisione segue la morte di Alex Pretti, infermiere di 37 anni ucciso da due agenti della polizia di frontiera (che come l’Ice, dipende dal Dipartimento per la sicurezza nazionale). Pretti, che stava partecipando a una protesta contro l’Ice, è stato picchiato e immobilizzato a terra; anche se inerme, gli hanno sparato dieci colpi alla schiena da distanza ravvicinata. Inizialmente l’amministrazione Trump ha sostenuto che gli agenti avevano sparato perché Pretti aveva in mano una pistola, ma i video dei testimoni hanno smentito questa versione. Le critiche di molti esponenti del Partito repubblicano e il calo dei consensi nei sondaggi hanno spinto Trump a cambiare tattica. Il presidente ha rimosso dal lavoro sul campo Gregory Bovino, capo dell’operazione e simbolo dell’approccio violento adottato dai federali, e l’ha sostituito con il suo consigliere sull’immigrazione Tom Homan, che ha posizioni meno estreme. Una parte degli agenti dell’Ice ha cominciato a lasciare il Minnesota il 27 gennaio. Lo stesso giorno Ilhan Omar, deputata del Partito democratico proveniente dal Minnesota e di origine somala, è stata aggredita durante un incontro pubblico a Minneapolis. Un uomo le ha spruzzato una sostanza non identificata, prima di essere bloccato dal servizio d’ordine.