mercoledì 11 febbraio 2026

da Il Manifesto del 03/02/2026

Ti ricordo CAMILO, 60 anni fa

di Claudia Fanti

 

Camilo TORRES, era un prete in Colombia, divenne guerrigliero, fu ucciso al primo scontro e fatto sparire nel ’66.

<<Sono un rivoluzionario come colombiano, come sociologo, come cristiano e come sacerdote>>.


Era il 15 febbraio del 1966 quando, a San Vicente de Chucurí, una zona rurale del dipartimento di Santander, un gruppo di militari accerchiava una piccola colonna guerrigliera del Ejército de Liberación Nacional (Eln). Sarebbe stato un combattimento come tanti dell’infinita guerra civile colombiana se a cadere in quello scontro non fosse stato un guerrigliero entrato in clandestinità da appena quattro mesi e alla sua prima esperienza di lotta armata, subito diventato un simbolo nazionale: il 37enne Camilo Torres, sacerdote e sociologo, icona dei cristiani impegnati nel cammino della rivoluzione.

E SE DA ALLORA l’Eln non avrebbe mai smesso di cercare i suoi resti mortali – occultati dall’esercito subito dopo la sua morte finché non se ne sarebbero perse completamente le tracce – tutto indica che, a poche settimane dal sessantesimo anniversario della sua morte, la ricerca si sia finalmente conclusa.

AD ANNUNCIARE il ritrovamento del corpo era stata, venerdì scorso, proprio la Delegazione di pace dell’Eln, che lunedì scorso ha confermato l’autenticità dei suoi resti sulla base, ha dichiarato, del confronto del Dna del sacerdote con quello dei suoi familiari. Anche se, in realtà, manca ancora la conferma ufficiale: secondo un comunicato dell’Instituto Nacional de Medicina Legal e della Unidad de Búsqueda de Personas dadas por Desaparecidas, le analisi tecniche per determinare se una delle ossa ritrovate corrisponda a quelle di Torres sarebbero ancora in corso.

Sull’appropriazione dell’eredità del sacerdote da parte dell’Eln sono molte, peraltro, le voci critiche. Come ricorda la sociologa colombiana Olga L. González, la Commissione per la verità ha attribuito all’organizzazione guerrigliera, solo tra il 1985 e il 2018, 18mila omicidi e più di 9mila sequestri. E il suo più recente massacro – quello di almeno 80 persone nella regione del Catatumbo, con lo sgombero forzato di 50mila abitanti – risale appena a un anno fa.

ANCHE IL PRESIDENTE Gustavo Petro, in varie occasioni, ha invocato la teoria dell’«amore efficace» di Camilo Torres proprio per denunciare la trasformazione via via più evidente della guerriglia in un’organizzazione criminale. Il suo corpo, ha dichiarato ora, sarà «onorato e sepolto con onore come fondatore della facoltà di sociologia dell’Università Nazionale e come fondatore della teologia della liberazione nel mondo».

Di certo, a 60 anni dalla sua «semina», come si dice in America Latina, la sua eredità è più che mai attuale. Come «un simbolo di speranza» e un punto di riferimento nella ricerca di «cammini di riconciliazione» guardano a lui, non a caso, 177 organizzazioni che, in un comunicato, chiedono «un atto pubblico di perdono da parte dello Stato» invitando al tempo stesso a proteggere la sua figura da ogni forma di strumentalizzazione politica.

PROVENIENTE da una famiglia della borghesia liberale, Camilo Torres aveva condotto i suoi studi di sociologia all’Università cattolica di Lovanio, in Belgio, per insegnare poi a Bogotà, nella facoltà di sociologia che aveva contribuito a fondare. Benché fosse stato proposto come nuovo rettore dell’Università di Bogotà, il cardinale Concha y Cordoba aveva preferito assegnargli l’assai meno pericolosa direzione dell’Istituto di amministrazione sociale, puntando in questo modo a imbrigliarne l’ansia di rinnovamento.

Ma Camilo non ci aveva messo molto a capire che non era con dettagliati documenti sulla povertà che si sarebbe riusciti a sollevare le condizioni di vita della popolazione sfruttata e che solo la rivoluzione avrebbe offerto una via d’uscita: quello di cui c’era bisogno, pensava, era una pressione da parte delle masse e dipendeva solo dal comportamento della classe dirigente il fatto che tale pressione potesse tradursi in una lotta pacifica o violenta.

«Sono un rivoluzionario – affermava – come colombiano, come sociologo, come cristiano e come sacerdote. Come colombiano, perché non posso estraniarmi dalle lotte del mio popolo. Come sociologo, perché, grazie alla mia conoscenza scientifica della realtà, sono giunto alla convinzione che le soluzioni tecniche ed efficaci non sono raggiungibili senza una rivoluzione. Come cristiano, perché l’essenza del cristianesimo è l’amore per il prossimo e solo attraverso una rivoluzione si può ottenere il bene della maggioranza. Come sacerdote, perché dedicarsi al prossimo, come la rivoluzione esige, è un requisito dell’amore fraterno indispensabile per celebrare l’eucarestia».

IN QUESTO QUADRO, non poteva certo essere il marxismo il nemico da abbattere: «Ritengo che il Partito Comunista abbia elementi autenticamente rivoluzionari e, pertanto, non posso essere anticomunista», sosteneva, dicendosi disposto a lottare insieme ai comunisti, pur non essendo lui tale, «per obiettivi comuni: contro l’oligarchia e il dominio degli Stati Uniti, per la presa del potere da parte della classe popolare».

Allontanato da tutti gli incarichi che ricopriva all’università e destituito dal sacerdozio – vescovi e sacerdoti non gli perdonavano tra l’altro il fatto che avesse sollecitato l’espropriazione dei beni della stessa Chiesa – Camilo promosse la costituzione del Frente Unido del Pueblo allo scopo di unire tutte le forze di sinistra, rivolgendosi a tal fine «alla classe popolare, alla classe media, ai sindacati, alle cooperative, alle leghe contadine, alle organizzazioni operaie, indigene, a tutti i ribelli, gli uomini, le donne, i giovani…» e immaginando una struttura democratica dal basso verso l’alto, plurale ed estranea a ogni avanguardismo: dovevano essere le maggioranze, infatti, ad avere accesso al potere politico, in fedeltà all’ideale cristiano di giustizia e liberazione.

CONVINTOSI INFINE, come altri esponenti della teologia della liberazione nel contesto delle lotte guerrigliere dei decenni ‘60 e ’70, che la lotta armata fosse l’unica via per poter rimuovere realmente le ingiustizie, era entrato nell’Eln, cadendo nel suo primo scontro con l’esercito.

Ma sempre, fino all’ultimo, l’amore per il prossimo sarebbe restato la misura della sua azione, un amore che, per essere «sincero e vero», doveva essere necessariamente «efficace» e dunque saldamente ancorato alle scienze politiche.