da Rocca del 01/02/2026
L’Italia a rischio declino, è irrimediabile?
di Fiorella Farinelli
È innegabile che culle sempre più vuote siano foriere di forti squilibri. Gli esperti che estrapolano dai dati statistici le previsioni per i prossimi anni, hanno buone ragioni per lanciare l’allarme. La progressiva riduzione delle persone in età di lavoro – 5 milioni in meno nel 2040? – produrrà effetti via via più pesanti sui conti pubblici, quindi sulla sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico e sulla portata universalistica del welfare. Ma c’è un altro risvolto, di cui si parla meno. Già oggi un terzo delle imprese denuncia le difficoltà di ricambio generazionale che rendono problematica l’innovazione organizzativa e tecnologica. I lavoratori giovani, non solo operai specializzati ma anche quadri e tecnici, sono sempre più introvabili, dalle costruzioni alla logistica, dall’industria ai servizi. Perfino nell’impiego pubblico capita che i concorsi vedano meno candidati dei posti messi a bando. Anche nel Mezzogiorno dove la sicurezza del posto pubblico è stata da sempre più ambita. L’orizzonte è striato di recessione e di declino. Nel deserto di politiche di sviluppo e di strategie industriali che domina attualmente a Palazzo Chigi sembra lo si dia per scontato.
I BONUS NON CONVINCONO
Che fare? Prima di tutto evitare di ritenere che il trend sia migliorabile solo con interventi parziali e mirati unicamente a modificare i comportamenti riproduttivi delle generazioni più giovani. I bonus che cambiano da un anno all’altro, gli assegni per i figli dei soli nuclei familiari più poveri, gli sconti in certe regioni sì e in altre no, i “premi” al terzo figlio non convincono nessuno a fare il secondo o il primo figlio. Tanto meno se, come forse piacerebbe a qualcuno, dovessero venire infiocchettati da campagne ideologico-rieducative di tono patriottico o familista. Si può capire che tutto ciò sia nelle corde di una destra nostalgica dei bei tempi antichi in cui le donne si identificavano o fingevano di identificarsi nei ruoli riproduttivi tradizionali, ma non è più il tempo. Troppe cose sono cambiate nei modi di essere e pensare delle famiglie, nell’ambizione delle donne a libere scelte di vita, nell’accesso delle ragazze all’istruzione lunga, nelle aspettative dei genitori di oggi rispetto ai figli. Occorre del resto considerare che anche dove l’impegno in questa direzione è stato più intenso e continuativo che da noi, come in Francia, Germania, Danimarca, i risultati sono stati per lo più modesti. Insufficienti, comunque, a ripristinare l’equilibrio tra decessi e nascite, tra uscite e ingressi nella vita lavorativa di decenni fa. E questo per tanti motivi, tra cui il fatto che in tutti i Paesi ricchi e avanzati lo squilibrio è determinato non solo dal calo demografico, ma dall’allungamento della durata media della vita dovuto ai progressi della medicina e, dove e finché ci sono, da sistemi sanitari efficienti e universalistici. È proprio per questo profilo strutturale, e per l’evidente scarto temporale tra gli effetti a lungo termine di eventuali modifiche dei comportamenti riproduttivi e le urgenze che ci sono già oggi, che sarebbero consigliabili approcci diversi rispetto all’immigrazione straniera, ma si sa che questa non è una fase propizia alle virtù della razionalità e del pragmatismo. E tuttavia, anche al netto di questo non secondario risvolto della questione, è ormai evidente, non solo da noi, che non si possa evitare di modificare modelli previdenziali e assistenziali costruiti sulle caratteristiche di un mondo che non c’è più, e che si debbano inventare nuove politiche in campi diversi. A partire dai tempi e dalle modalità di formazione e di ingresso nel lavoro dei giovani, dai salari iniziali e dai percorsi di carriera fino a nuove politiche abitative. Cambiamenti ben più impegnativi e complessi delle sole politiche per i sempre più numerosi anziani soli non autosufficienti, anch’esse peraltro finora largamente rimosse.
ITALIANI NEL MONDO, LA “FUGA DEI CERVELLI”
Ma bisognerebbe guardare anche ad altro, alle trasformazioni del rapporto tra giovani e lavoro. Se ne dicono tante, nessuna che la racconti giusta. Aiuterebbe, per esempio, analizzare senza pregiudizi o troppo facili generalizzazioni ciò che rivela la cosiddetta “fuga dei cervelli”, un fenomeno che in altre realtà europee ha connotazioni diverse e non allarmanti come invece da noi, e che contribuisce anch’esso alla scarsità di giovani in un mercato del lavoro come il nostro. Dove purtroppo è il 33% della popolazione in età di lavoro ad essere “inattiva” e sono di più rispetto alla media europea anche i giovani fino ai 29 anni che non lavorano non studiano e non cercano lavoro. È facile da fare. Basta scorrere l’ultimo Rapporto annuale “Italiani nel mondo” della Fondazione Migrantes, reso pubblico lo scorso novembre. Nel 2006 gli italiani espatriati (per lo più nel Regno Unito, in Svizzera, in Germania, e poi anche in America del Nord e in Australia) erano 46.308, nel 2024 sono stati 155.732, più che triplicati. Un movimento in uscita, guardando all’ultimo ventennio, di 1 milione e 600.000 tra italiani doc e “nuovi italiani”, cioè seconde e ormai anche terze generazioni di immigrati stranieri, con un saldo negativo di 817.000 stabilizzati all’estero a fronte di 825.000 rientri. Il Rapporto segnala inoltre che il flusso presenta un costante “ringiovanimento”, concentrandosi negli ultimi anni nella fascia 25-34 anni. Una classe anagrafica che per molti coincide con la fase finale della formazione di livello terziario, post laurea, dottorati, formazione professionale di alta specializzazione, e con le prime prove ed esperienze di scelte professionali. Chi sono questi giovani italiani e neo italiani, e che cosa mostra questa emorragia? Le uscite non sono ideate da subito come durature o definitive, molti all’inizio vanno solo ad esplorare le opportunità che ci sono, a vedere da vicino la nostra Europa, ad imparare altre lingue e culture. Affacciarsi alla realtà di altri Paesi è diventata del resto un’esperienza diffusa, apprezzata e ricercata nel mondo globalizzato della mobilità e delle comunicazioni facili, incoraggiata dal programma europeo Erasmus e da una serie di altri piani europei e internazionali. La singolarità negativa del caso italiano è data però dall’alto numero di quelli che poi in Italia non ci tornano, e anche dal fatto, troppo trascurato da una chiacchera mediatica venata di sovranismo, che non c’è un analogo flusso che da altri Paesi venga e resti in Italia.
IL RAPPORTO ITALIANI NEL MONDO DELLA FONDAZIONE MIGRANTES
La locuzione “cervelli in fuga”, intrisa di un qualche provinciale compiacimento quasi si trattasse sempre di genialità italiche che vanno a fertilizzare il resto del mondo, può portare fuori strada. Non sono tutti ricercatori brillanti, né tutti specialisti sperimentati e accreditati, e neppure tutti laureati, la maggioranza è anzi fatta di giovani solo diplomati. Ma certo si tratta di una generazione mobile, energica e curiosa, spesso privilegiata perché supportata a lungo negli studi e nelle esperienze dalle risorse familiari, ma molto simile per cultura e stili di vita ai coetanei che non si muovono e che tuttavia in molti vorrebbero anche loro farlo. Ma perché espatriano? È solo un problema di lavoro? Solo di salari più alti? Tutto questo sicuramente conta. Ma nel Rapporto si parla anche di altro, di sentimenti di agio a fronte di università, enti, aziende più accoglienti e interessate ad apporti esterni e a scambi interculturali, di una maggiore dignità nel lavoro, di riconoscimenti e valorizzazioni professionali più facili e veloci, di politiche di conciliazione efficaci tra lavoro e responsabilità genitoriali, di asili e scuole a tempo pieno, di aree verdi, piste ciclabili, affitti sostenibili. Società meno ingessate, meno burocratiche, meno dominate da chiusure corporative, con un welfare più amichevole. Non è mai, da nessuna parte, un paradiso, e infatti molti rientrano, ma spesso si finisce col convincersi che il Belpaese non è un Buonpaese, che altrove ci sono opportunità più interessanti, che non val la pena tornare e rimettersi in fila in attesa di concorsi e di raccomandazioni, mentre affittare o comprare un’abitazione per essere autonomi è diventato un problema insormontabile. C’è un’aria stantia da noi, un immobilismo che non incoraggia, una fatica dell’innovazione, un insieme di segni di possibile o probabile declino che non danno speranza. Non è un caso che perfino per tanti immigrati stranieri l’Italia sia più una tappa che la destinazione finale. Il nostro Paese, così attrattivo per il turismo internazionale, lo è sempre meno per chi ci vive. Soprattutto per i giovani che sono diventati più esigenti che in passato rispetto al lavoro e al rapporto tra lavoro e vita privata. E che non sono affatto, o non sono tutti, degli “sdraiati” come tante narrazioni di comodo vogliono far credere.
NATALITÀ, DONNE, LAVORO
Tutto ciò ha evidenti connessioni con i temi della natalità. Perché se è vero che per molte giovani donne la maternità non è più un destino e neppure una scelta identitaria (non si tratta di anticoncezionali o di aborti, ma della caduta della disapprovazione sociale per le donne che non sentono il bisogno di avere figli), per altre la desiderabilità di un figlio, e magari anche di più figli, appare difficilmente concretizzabile in assenza di ragionevoli certezze individuali e di coppia in termini economici e professionali. Le ragazze di oggi maturano, nella famiglia, nella scuola e nella società, ambizioni e progetti di vita molto diversi dal passato, non è solo per consumismo, individualismo, paura di dover rinunciare ai loro stili di vita, che rinviano la scelta della maternità, anche a rischio di non poterla poi realizzare. Un figlio oggi significa molto più di ieri casa, stabilità, buone condizioni di vita, lavoro ben retribuito, opportunità di miglioramento. Ma in Italia le donne partecipano al mercato del lavoro assai di meno e meno stabilmente che in altri Paesi, ed è sempre più difficile arrivare alla fine del mese per le coppie in cui non si sia in due a lavorare. Nonostante i progressivi miglioramenti anche nel Mezzogiorno, il tasso di occupazione femminile è ancora solo al 52.5%, inferiore di quasi 18 punti al 70,4% di quella maschile. La prima strategia che si dovrebbe adottare, per un diverso equilibrio generazionale nel mercato del lavoro, riguarda il superamento di questa disparità di genere. I numeri sull’occupazione femminile dicono con assoluta certezza che in Italia essere madri è ancora un enorme svantaggio nel mondo del lavoro. Ci sono 17 punti percentuali di differenza tra il tasso di occupazione delle donne che non sono madri e quelle che lo sono diventate tra i 25 e i 34 anni. Lo scarto di occupazione tra maschi e femmine vede una distanza delle donne pari all’8,9% se non hanno figli, del 29,2 in presenza di un figlio minore. E poi ci sono enormi diversità territoriali, nel Mezzogiorno il tasso di occupazione delle madri con figli piccoli scende al 42 per cento, mentre nel Centro e nel Nord sfiora il 70 per cento. Peggio va se le donne madri sono molto giovani e poco istruite, allora l’occupazione precipita al 30%. Dice molto anche il dato, riportato dal rapporto Cnel-Istat 2025, secondo cui tra le madri occupate quasi 1 milione sono madri sole, un segmento ad altissimo rischio di povertà, con un’incidenza di part time involontario del 19,7%, il 12 per cento costituito da straniere. Come evitare che molte donne debbano rinunciare al lavoro per essere madri (molte lo lasciano al primo o al secondo figlio e poi non riescono più rientrarci) e molte viceversa debbano rinunciare alla maternità o dilazionarla per non volere o potere mettere una pietra sopra al lavoro, agli anni di studio, ai ruoli e alle gratificazioni della vita professionale, all’autonomia economica? È evidente che le politiche sulla natalità non possono limitarsi a supporti economici, più o meno significativi, a chi abbia già uno o più figli e si trovi in condizioni economiche non buone. È socialmente equo, ma non basta a incoraggiare chi dubita, rinvia, teme. È poi certo che, con salari che fossero sempre adeguati, si potrebbe tagliare alla radice il doloroso dubbio se valga la pena di continuare a lavorare per retribuzioni così basse da venire quasi interamente consumate per pagare i costi di assistenze familiari sostitutive, se non sia meglio restare a casa a fare la mamma, dubbi alimentati da sensi di colpa e spesso rovinosi. La parità e la conciliazione tra lavoro e genitorialità (per le mamme e per i padri) passano anche e prima di tutto da qui, oltre che da servizi pubblici accessibili, gratuiti o con tariffe sostenibili. Ma non si può fare, si direbbe, se neppure quando si perdono ogni anno per calo demografico decine di migliaia di studenti, si sanno realizzare i programmi, pur generosamente finanziati dal Pnrr, sugli asili nido (solo in tre regioni, Val d’Aosta, Umbria, Emilia Romagna ci sono 45 posti ogni 100 bambini da 0 a 2 anni) e sul tempo pieno nelle scuole per l’infanzia, non si generalizza il tempo lungo nell’istruzione obbligatoria, si lascia intatto il totem dei tre mesi estivi di chiusura delle scuole che mette nei guai la gran parte delle famiglie con bambini, e così via. Ma questa è solo una parte delle soluzioni. Altre, si sa, stanno in nuove politiche abitative e, più in generale, in politiche di sviluppo e in strategie industriali indispensabili ad allontanare il rischio di recessione, il disastro del lavoro povero, i guai anche per i conti pubblici delle persistenti aree del lavoro nero. Ma sono le donne, si dovrebbe saperlo, il potenziale che oggi si dovrebbe saper sviluppare, aiutandole ad entrare tutte nel lavoro, anche nei comparti che richiedono competenze scientifiche e tecnologiche, ad essere autonome, ad avere condizioni per poter essere libere di scegliere. Non è un caso, ed indica invece la strada, che i tassi più alti di natalità si riscontrino oggi in Trentino-Alto Adige, e il fanalino di coda sia invece in Sardegna.