da Rocca del 15/12/2025
Salmo 86
Sconfinamenti
di Lidia Maggi e Angelo Reginato
Porgi l’orecchio,
Signore,
e rispondimi,
perché io sono
povero e bisognoso.
Proteggi l’anima
mia, perché ti amo.
Dio mio, salva
il tuo servo che
confida in te!
Rallegra l’anima del
tuo servo,
perché a te, Signore,
io elevo l’anima
mia.
Porgi orecchio,
SIGNORE, alla
mia preghiera
e sii attento alla
voce delle mie
suppliche.
Non c’è nessuno
pari a te fra gli dei,
io ti loderò,
Signore, Dio mio,
con tutto il mio
cuore.
Lidia: al fondo del cuore di ogni essere umano c'è il desiderio di qualcuno che ci ascolti, ci riconosca, ci protegga. Noi invochiamo una presenza benevola. Perché, quanto a presenze malevoli, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Ma incontrare qualcuno che sentiamo partecipe della nostra vita, sinceramente desideroso del nostro bene, questa è la più grande fortuna, per niente scontata, che ci possa capitare.
Angelo: e proprio perché è rara una simile esperienza, ecco che quel volto benevolo viene attribuito a Dio. A Lui il salmista si rivolge con parole che appartengono al lessico amoroso: ti amo, ho fiducia in te, con tutto il mio cuore, nessuno è come te… Noi che, con un po' di vergogna, ascoltiamo queste parole intime, ci stupiamo di una fede che si confonde con la passione amorosa. Ma, nello stesso tempo, ci domandiamo: perché quelle parole non sono state rivolte all’amata, all’amato? Perché Dio?
Lidia: intendi dire che avrebbe potuto invocare un interlocutore umano, invece che rivolgersi a Dio?
Angelo: esattamente. Perché quel desiderio di essere ascoltati, riconosciuti, amati, che hai ricordato all'inizio, trova espressione nelle relazioni orizzontali, senza che sia necessario reindirizzarlo in verticale. Perché, allora, Dio? Perché la preghiera?
Lidia: poni una questione radicale, che sta alla radice dell'esperienza credente e della preghiera. Personalmente, penso che, in certi momenti, "solo un Dio ci può salvare”. Per quanto l'amore umano sia forte come la morte, esso non giunge a compiere quel desiderio di essere riconosciuti fino in fondo. Ma appena dico questo, devo subito aggiungere che non si tratta di due amori in concorrenza tra loro. Che Dio non entra in scena per colmare le inevitabili lacune umane, quasi ridendo delle nostre fragilità che gli consentono di mostrare la sua maggiore potenza. Mi piace pensare di essere di fronte ad un'unica sinfonia, nella quale le voci si confondono. Non pensa così anche la Bibbia, che accosta il Libro dei Salmi con il Cantico dei Cantici?
Angelo: io lo direi così: è come se, una volta invocata la presenza benevola dell'amata, dell'amato, insieme allo stupore per quell'incontro, si intuisca che c'è dell'altro; ma lo stesso anche quando l'invocazione è rivolta a Dio: pure in quel caso si percepisce che c'è dell’altro. Che mentre dici a qualcuno: sei il mio tutto, senti di doverlo dire anche al mistero del mondo che è Dio. E viceversa.
Lidia: se il linguaggio dogmatico esprime l'esigenza che si dica Dio e il mondo "senza confusione", il linguaggio amoroso fatica a stare entro i confini tracciati. E senza soluzione di continuità invoca la presenza umana e quella divina. Dio lo si incontra in questo gioco amoroso che non basta mai. La fede, come l'amore, non vive di distinguo ma di sconfinamenti.