sabato 21 marzo 2026

da Domani del 18/03/2026

Processo Becciu, tutto da rifare: i giudici di Leone XIV contro il pm (e Francesco)

di Enrica Riera


La corte d’appello chiede un nuovo dibattimento: a pesare i rescritti papali e le chat imbarazzanti (rivelate da Domani) che il promotore di giustizia Diddi depositò omissate.

<<Provvedimenti insanabilmente viziati», hanno sempre sostenuto i legali di coloro che, come il cardinale sardo Giovanni Angelo Becciu, sono stati condannati in primo grado a conclusione del processo del secolo. Quello, cioè sulla compravendita con fondi della Segreteria di Stato del Vaticano dell’immobile di lusso situato a Londra, al numero 60 di Sloane Avenue.

Martedì 17 marzo, con un’apposita ordinanza, la Corte d’appello d’Oltretevere ha dato ragione agli avvocati, accogliendone alcune eccezioni e annullando, sebbene solo in parte, il procedimento di primo grado. Risultato: il processo d’appello, iniziato da pochi mesi, ripartirà ex novo. I giudici hanno ordinato «la rinnovazione del dibattimento». Decisione da cui deriva un solo effetto: le condanne di primo grado potrebbero essere annullate. Con una precisazione: «Nel nuovo dibattimento – scrive il collegio nel suo provvedimento - non potrà essere messa in discussione la responsabilità degli imputati prosciolti, nei cui confronti non fu proposto appello dall’Ufficio del Promotore di giustizia o nei cui confronti l’appello dell’accusa sia stato dichiarato inammissibile».

Adesso solo formalmente in piedi, col nuovo giudizio le condanne nei confronti di Becciu (5 anni e 6 mesi per peculato e truffa) e per una serie di manager e imprenditori – come Raffaele Mincione, Gianluigi Torzi, Fabrizio Tirabassi, Enrico Crasso – potranno pertanto decadere. Tutto è di nuovo in discussione, il processo a rischio. «La credibilità dell’indagine è stata demolita. Al contempo siamo grati alla giustizia vaticana che oggi sta dimostrando di rispettare i valori del diritto internazionale a differenza di quanto accade nel resto del mondo», ha detto a Domani l’avvocato Cataldo Intrieri che con Massimo Bassi difende Tirabassi.


LE RAGIONI

In particolare due sono i motivi alla base della pronuncia della Corte. «Nel corso del giudizio di primo grado – si legge nelle sedici pagine di ordinanza vaticana – non si è proceduto, da parte dell’Ufficio del promotore di giustizia, al deposito integrale del fascicolo istruttorio». Ancora, secondo i giudici, va accolta l’eccezione presentata dai legali riguardante il fatto che l’allora promotore, Alessandro Diddi, avesse «depositato documenti parzialmente coperti da omissis». In questo modo, precisano gli avvocati, è «stato violato il diritto di difesa». Ma non solo.

Sempre secondo la Corte «la mancata pubblicazione di un Rescriptum del papa ha inciso sulla legittimità di alcuni atti istruttori adottati sulla base dello stesso». Da qui «il vizio di nullità da ultimo rilevato implica che la Corte debba disporre la rinnovazione del dibattimento».

Adesso, sempre in base a quanto emerge dal provvedimento dei giudici d’appello, l’«Ufficio del promotore di giustizia» dovrà «depositare in cancelleria entro il 30 aprile 2026 tutti gli atti e documenti del procedimento istruttorio svolto nella loro versione integrale».

Qualora il termine non venisse rispettato, il processo potrebbe saltare. Le parti invece hanno tempo fino al «15 giugno 2026 per esaminare atti e documenti nonché per preparare le prove a difesa». Prima (nuova) udienza in programma il 22 giugno per la calendarizzazione del processo d’appello, che era iniziato a settembre alla presenza dello stesso Diddi nella veste di pubblica accusa. Il promotore in seguito aveva fatto un passo indietro, con una «dichiarazione d’astensione».

Dietro la sua decisione, probabilmente, le famose conversazioni su WhatsApp, pubblicate da questo giornale e intercorse fra Giovanna Ciferri, Francesca Immacolata Chaouqui e il promotore: le chat, secondo le difese, avrebbero avuto lo scopo di condizionare uno dei testimoni chiave del processo, monsignor Albero Perlasca, ex direttore dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di stato, nelle sue accuse contro il cardinale Becciu.

«Quella della Corte d’Appello è una decisione storica perché per la prima volta nella storia vaticana si è ritenuto inefficace e privo di effetti un rescritto del Papa, per mancata pubblicazione. Confidiamo di poter arrivare ad una rapida definizione del processo con una sentenza ampiamente assolutoria», ha concluso l’avvocato Intrieri.

A fargli eco i legali del porporato che, a causa del processo sulla famosa compravendita, era stato licenziato da papa Francesco. «Esprimiamo soddisfazione per l’ordinanza della Corte di Appello che ha accolto le nostre eccezioni. Dimostra che sin dal primo momento avevamo ragione a rilevare la violazione del diritto difesa ed a richiedere il rispetto della legge», hanno sottolineato i difensori Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo.