sabato 21 marzo 2026

da Il Manifesto del 18/03/2026

Don Milani, due lettere per demolire la mistica bellicistica

di Luca Kocci


Nel presente di guerra in cui si ipotizza di ripristinare il servizio militare, assumono rinnovata attualità e forza persuasiva due testi di don Lorenzo Milani datati 1965: la lettera ai cappellani militari e la lettera ai giudici, per cui il priore di Barbiana sarebbe stato condannato dal tribunale di Roma per apologia del reato di diserzione se non fosse morto qualche mese prima della sentenza che inflisse 5 mesi e 10 giorni a Luca Pavolini, vicedirettore responsabile del settimanale politico-culturale del Pci Rinascita, colpevole di aver pubblicato i testi incriminati.

Anche per questo, allora, è utile la lettura della nuova edizione critica delle due lettere di Milani curata dallo storico del cristianesimo Sergio Tanzarella, arricchita da inedite fonti di archivio e carte processuali e corredata da un ampio apparato di note che le contestualizzano e ne consentono una piena comprensione anche a chi non è particolarmente addentro al mondo milaniano (Lorenzo Milani, Abbasso tutte le guerre. Lettera ai giudici. Lettera ai cappellani militari, Il pozzo di Giacobbe, pp. 224, euro 18).

TESTI FONDAMENTALI sebbene meno conosciuti della Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana e soprattutto poco letti, se non per qualche frase, come quella che per anni è stata usata come titolo: «L’obbedienza non è più una virtù». La ragione di questa lettura incompleta e selettiva la spiega Tanzarella nel suo saggio introduttivo: le due lettere di Milani hanno ancora oggi «il merito di demolire dalle fondamenta l’artificiale costruzione di una mistica bellicistica e di una retorica della cristianità armata e vittoriosa alla quale hanno dato e continuano a dare un decisivo contributo non solo dei clericali devoti dell’ubbidienza cieca e della bontà delle armi, ma anche non pochi intellettuali a servizio dei detentori del potere e della loro propaganda».

La vicenda è in parte nota. Una ventina di cappellani militari toscani in congedo nel febbraio 1965 sottoscrive un comunicato stampa per esaltare «il sacro ideale della Patria» e attaccare l’obiezione di coscienza come «espressione di viltà», mentre nelle carceri militari italiane sono recluse decine di giovani obiettori che hanno rifiutato la chiamata alla leva.

MILANI, DALL’ESILIO di Barbiana, replica ai cappellani, difende gli obiettori e smonta la retorica di un secolo di guerre patriottiche, in realtà tutte di aggressione e coloniali, tranne un’unica «guerra giusta» («se guerra giusta esiste»), quella partigiana. Denunciato da un gruppo di ex combattenti per incitamento alla diserzione e vilipendio delle forze armate, Milani è rinviato a giudizio. Non va al processo perché gravemente malato di linfoma, ma invia una memoria difensiva (la lettera ai giudici) in cui indica la necessità di disobbedire alle leggi ingiuste e battersi per cambiarle obbedendo solo alla propria coscienza. Assolto in primo grado, il pm ricorre in appello e chiede 4 anni per il prete: nell’ottobre 1967 Pavolini viene condannato, il reato di Milani invece è «estinto per morte del reo», avvenuta a giugno dello stesso anno.

TANZARELLA RICOSTRUISCE il contesto storico-politico, la genesi delle lettere, il loro impatto pubblico e la vicenda processuale, grazie a nuove fonti e a un attento lavoro interpretativo, realizzando così un’operazione di importante valore storiografico ma anche etico per affermare che «la responsabilità è personale e non si può delegare ad alcun capo o struttura di potere».