da ISPI del 10/03/2026
Iran, petrolio e retorica: il prezzo della guerra
a cura di Alessia De Luca
Le parole di Trump sulla “fine imminente” della guerra calmano i mercati e la corsa del greggio. Ma lo scontro nel Golfo, l’ombra della Russia e il rischio di un nuovo shock energetico mantengono alta la tensione.
La guerra contro l’Iran “finirà molto presto”: sono bastate queste parole a far raffreddare i prezzi del petrolio, saliti al livello massimo da quattro anni a questa parte, e rassicurare i mercati attenuando le preoccupazioni degli investitori circa la possibilità di un conflitto a lungo termine nella regione. A pronunciarle, nel corso di un’intervista con l’emittente CBS News, è stato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha definito la guerra contro l’Iran “praticamente completata” salvo poi lasciar presagire un possibile proseguimento del conflitto: “Abbiamo vinto in molti modi – ha affermato il presidente americano – ma non abbastanza”. Le sue dichiarazioni sono state accolte con sollievo, dopo che circa un quinto delle petroliere e delle navi gasiere mondiali sono rimaste bloccate nello Stretto di Hormuz, facendo schizzare in alto i prezzi del greggio. Teheran ha dichiarato che, se gli attacchi degli Stati Uniti e di Israele continueranno, non permetterà l’esportazione di “un solo litro di petrolio” dalla regione. Per tutta risposta, Trump ha annunciato che avrebbe revocato “alcune sanzioni legate al petrolio” nel tentativo di calmare i mercati e contenere i rialzi. Pur non menzionandola espressamente, il riferimento sembra riguardare la Russia, poiché l’annuncio è arrivato poco dopo un colloquio telefonico fra Trump e Vladimir Putin. “Abbiamo sanzioni contro alcuni Paesi”, ha detto Trump ai giornalisti. “Le toglieremo finché lo stretto non sarà aperto”. La scorsa settimana l’amministrazione Trump ha permesso all’India di acquistare temporaneamente petrolio russo appena un mese dopo che New Delhi aveva accettato di smettere di acquistarlo, interrompendo una fonte di introiti vitale per l’economia russa.
La Russia torna in partita?
La chiamata fra Trump e Putin, durata un’ora, ha spaziato dai conflitti in Iran e in Ucraina alla situazione in Venezuela. “Naturalmente, l’enfasi è stata posta sulla situazione relativa al conflitto con l’Iran” ha riferito il consigliere del Cremlino Yury Ushakov, secondo cui il presidente russo ha delineato “una serie di idee volte a risolvere il conflitto il più rapidamente possibile, anche in relazione ai suoi recenti contatti con i leader del Golfo, il presidente iraniano [Masoud] Pezeshkian e diversi altri leader”. Da parte sua, il presidente degli Stati Uniti avrebbe “condiviso la sua valutazione della situazione nel contesto dell’operazione USA-Israele in corso”, ha aggiunto il diplomatico russo. I due leader avrebbero anche condiviso opinioni “sulla situazione attuale lungo la linea di combattimento in Ucraina, dove le forze russe stanno avanzando con successo” riferisce la stampa russa. “È stato osservato che questo è un fattore che dovrebbe incoraggiare il regime di Kiev a intraprendere finalmente la strada della risoluzione del conflitto attraverso i negoziati”, ha sottolineato Ushakov. In un moto d’apertura che sa di provocazione, dopo quattro anni di gelo diplomatico, Putin ha dichiarato anche che Mosca “è pronta a riprendere le forniture di petrolio e gas verso l’Europa”, ma attende “segnali” dall’Unione europea sulla “volontà di cooperare senza condizionamenti politici”. “Se le aziende e gli acquirenti europei decidessero di riorientarsi e garantissero una cooperazione a lungo termine stabile, libera da considerazioni politiche – ha detto il presidente russo all’agenzia Tass – siamo pronti a lavorare con loro”.
L’Europa teme un nuovo shock?
Per quanto provocatorie, le dichiarazioni di Putin colgono nel segno. Con lo scoppio della guerra nel Golfo, i leader europei – ancora perseguitati dai fantasmi della crisi energetica del 2022 – si stanno frettolosamente preparando a un altro possibile shock economico. Lunedì, mentre la guerra in Medio Oriente, scatenata dagli attacchi di Stati Uniti e Israele, entrava nella sua seconda settimana, senza un chiaro epilogo in vista, il prezzo del petrolio sfondava la soglia dei 100 dollari al barile, costringendo i ministri delle Finanze del G7 a dichiarare di essere pronti a fare “tutto il necessario”, compreso un ricorso alle riserve petrolifere di emergenza, per fermare le speculazioni e aiutare i consumatori e le industrie. Eppure, proprio sul fronte del petrolio, si teme già che la situazione peggiorerà prima di migliorare: più a lungo durerà la guerra, più i prezzi tenderanno a salire. “Stiamo assistendo a chiusure su larga scala in molti paesi del Medio Oriente, tra cui, sorprendentemente, l’Arabia Saudita”, osserva Ajay Parmar, direttore della società di intelligence del mercato energetico ICIS, secondo cui le conseguenze per il mercato “saranno molto più significative di quelle osservate nel 2022”. Per i leader europei preoccupati per il costo della vita, la volatilità dei mercati e le reazioni negative degli elettori e delle singole economie, le sole parole di Trump non suonano poi così rassicuranti.
Tra retorica e realtà?
Non sono solo i leader europei a temere le ripercussioni economiche del conflitto. Finora, il messaggio economico di Trump sull’Iran si riduce all’idea che qualsiasi sofferenza sarà temporanea, utile e meno grave del previsto. Ma i repubblicani – alle prese con un anno elettorale cruciale – si stanno rassegnando alla dura realtà politica, che vede il partito al potere perdere consensi quando i prezzi aumentano bruscamente. Fino a poche settimane fa nessuno avrebbe previsto uno scenario simile. Nel suo discorso sullo stato dell’Unione, lo scorso 25 febbraio, Trump aveva proclamato senza esitazioni “una nuova età dell’oro” e un “boom economico” per gli Stati Uniti. Oggi, lo stesso presidente che in passato aveva usato i prezzi della benzina come arma politica contro i suoi avversari sostiene che gli americani dovranno accettare “piccoli sacrifici” nel breve periodo. Nel frattempo, le turbolenze sui mercati energetici minacciano di infliggere un nuovo colpo alla sua politica economica, già indebolita dalla bocciatura dei dazi da parte della Corte Suprema. In questo contesto non stupisce che Trump abbia sfoderato la sua arma più efficace: la retorica. Le sue dichiarazioni insistono su successi imminenti e vittorie ‘quasi’ raggiunte. Ma, come nel caso dei dazi, sembra che il presidente si sia imbarcato nel conflitto senza una strategia chiara su come portarlo a termine, e che sia ora alla ricerca di una via d’uscita da presentare come vittoria. Finora le sue parole sembrano aver funzionato: i mercati hanno reagito con entusiasmo e le borse sono tornate a salire. Ma l’effetto dell’incantesimo potrebbe svanire rapidamente se alle parole non seguiranno i fatti.