da Rocca del 15 febbraio 2026
Trump sfida l'Onu
di Maurizio Salvi
Lo scorso anno le Nazioni Unite hanno festeggiato l'80º compleanno e i commentatori tutto il mondo hanno ricordato come la loro creazione fu determinata dalla necessità, dopo la Seconda guerra mondiale, di affidare ad un'entità sovranazionale il delicato compito di prevenire la nascita di nuovi e cruenti conflitti globali. Era chiaro, allora, che l'organismo che si occupava di questo, la Società delle Nazioni, aveva fallito. Per cui serviva qualcosa di più forte, più inclusivo e dotato di strumenti concreti, per mantenere la pace nel pianeta. Così nel 1945 fu fondata l’Onu con gli stessi obiettivi sovranazionali, ma con meccanismi più efficaci sostenuti dall’intervento diretto in essa delle grandi potenze, prima non coinvolte. Per molto tempo la nuova organizzazione è sembrata svolgere adeguatamente il suo ruolo, evitando lo scoppio di un terzo conflitto mondiale a causa della Guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Il suo intervento fu anche molto positivo nel processo di decolonizzazione (1945-1970) e nella produzione di strumenti legislativi a favore dei diritti umani e dei migranti, contro la tortura e la discriminazione. Poi però la strada si fece in salita con lo scoppio di varie crisi e guerre che il Palazzo di Vetro non riuscì a scongiurare: Ungheria (1956), Cecoslovacchia (1968), Vietnam (dal 1955 per 20 anni) e Afghanistan (dal 1979 con l’intervento decennale sovietico, e dal 2001 fino al 2021 con la presenza di una coalizione guidata dagli Usa). Con il passare del tempo la situazione non è migliorata, e l'attuale segretario generale, Antonio Guterres, non ha potuto fare nulla né per l’invasione dell'Ucraina da parte della Russia, né per l'ulteriore deterioramento dei rapporti fra Israele e i palestinesi, con l'attentato terroristico di Hamas e la risposta durissima di Tel Aviv. C'è stata da parte dell'ONU una latitanza tale da offrire una opportunità unica ad una spettacolare entrata in scena del presidente statunitense Donald Trump. Con metodi molto spicci, mai visti prima nella dinamica delle relazioni internazionali, l’ospite della Casa Bianca ha cercato di dimostrare al mondo una disponibilità degli Stati Uniti a mettere fine a questi e altri conflitti, con il malcelato proposito, fra l’altro, di ottenere vantaggi finanziari personali e, in futuro, anche il Premio Nobel per la pace.
Il board of peace: la mossa di Trump
Così, occupandosi dell’avvenire di una Gaza in gran parte ridotta ad un cumulo di macerie, Trump ha evocato per la prima volta una sua idea: la creazione di un Board of Peace (Direttorio per la pace), da lui presieduto e integrato da Paesi e persone fidate, fra cui il segretario di stato Marco Rubio, l’inviato per la pace della Casa Bianca, Steve Witkoff, il suo consigliere e genero, Jared Kushner, e il molto discusso ex premier britannico Tony Blair, ricordato quasi solo per l’invasione dell’Iraq giustificata con la presenza di inesistenti ‘armi di distruzione di massa’. Ma un organismo limitato solo a dare uno sbocco alla drammatica vicenda mediorientale gli è sembrato un obiettivo troppo modesto. Infatti la ricostruzione di Gaza è stata trasformata in un processo amministrativo e di sicurezza (di Israele) di cui i palestinesi sono un mero oggetto, tanto che nel Board non è stata invitata neppure la moderata Autorità nazionale palestinese (Anp) presieduta dall'ultra ottantenne Mahmoud Abbas (Abu Mazen), in carica dal 2005. Chiarito ciò, il 18 gennaio Trump ha presentato al mondo lo statuto del suo Direttorio per la pace, il cui testo è stato inviato ad una sessantina di capi di Stato e di Governo di tutto il mondo. In esso - oh sorpresa! - non compare alcun riferimento alla crisi Israelo-palestinese, ma si propongono solo concetti generali riguardanti crisi e conflitti da risolvere eventualmente in ogni angolo del pianeta. Ecco cosa si sentenzia nell’art. 1 dello statuto: "Il Board of peace è un'organizzazione internazionale che si propone di promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile e basata sulla legge, e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti”.