La formazione degli imam è un problema per gli Stati europei, specie quelli a vocazione pattizia come l'Italia che hanno l'horror vacui in materia religiosa. Essi si dibattono tra pulsione a nazionalizzare l'islam o scelta di delegare ai paesi islamici il controllo dei loro cittadini emigrati. Dunque, anche lasciare che alla formazione degli imam provveda o "l'islam degli stati" con le sue istituzioni transnazionali o l'associazionismo islamico extrastatale. Non stupisce, così, che l'Isesco, emanazione dell'Organizzazione della Cooperazione Islamica (OCI), composta da 57 stati membri, che si occupa di educazione e cultura, abbia mandato a Padova suoi docenti a tenere un corso per
venti aspiranti imam.
In questi anni, complice un quadro politico a dir poco ostile, le iniziative che miravano a formare imam in Italia non sono mai pienamente decollate. I tentativi effettuati, anche i più lodevoli, hanno scontato l'assenza di decisione sulla scelta di fondo: costruire l'islam italiano o limitarsi a registrare la presenza dell'islam in Italia? La prima via presuppone la cittadinizzazione degli immigrati e un'intesa che prenda atto, giuridicamente e non solo di fatto, del nuovo pluralismo religioso. In tal caso la formazione degli imam avverrebbe in collaborazione tra istituzioni competenti e comunità islamiche. La seconda, che sottende l'idea dell'islam come "religione degli stranieri", delega ad attori esterni il controllo e la formazione delle leadership comunitarie, anche religiose. L'Italia, nei fatti, ha scelto la via dell'"esternalizzazione". Con vantaggi e rischi connessi: evita di interferire sul delicato terreno della libertà religiosa e dell'organizzazione del culto o di sciogliere gordianamente l'intricato nodo tra rappresentatività e affidabilità che spesso ha paralizzato anche i più disponibili, ma al contempo consegna a organizzazioni interstatali o associazioni transnazionali della Mezzaluna, la formazione di personale religioso che parla ai musulmani che vivono nel nostro paese. Una scelta, mai adottata ufficialmente, che per le sue implicazioni meriterebbe un confronto trasparente.
(Renzo Guolo, Repubblica 14 maggio)