sabato 20 ottobre 2007

DESAPARECIDOS, ERGASTOLO A UN PRETE

Ospito sul mio blog questa notizia che ha due volti: lo sconcerto per l'accaduto e la constatazione che qualche volta la giustizia umana fa il suo dovere.


ARGENTINA: DESAPARECIDOS, ERGASTOLO A UN PRETE


La Plata (Argentina), 9 ottobre. - La giustizia argentina ha condannato all'ergastolo il sacerdote cattolico, Christian Won Wernich, primo religioso condannato per delitti di lesa umanita' commessi durante la dittatura militare (1976-1983).


L'ex cappellanno della polizia della provincia di Buenos Aires (68 anni), e' stato condannato alla massima pena prevista per aver partecipato a 7 omicidi, 31 casi di tortura e 42 sequestri di persona. La storica sentenza e' stata accolta da applausi e grida di giubilo dagli attivisti di organismi umanitari, che si trovavano tanto all'interno che al'esterno del tribunale. "E' una giornata storica, meravigliosa... e' qualcosa che noi madri non pensavamo avremmo mai visto", ha detto Tati Almeyda, una delle madri di Plaza de Mayo.

Prima di conoscere il verdetto, Von Wernich ha rotto il silenzio mantenuto durante tutto il processo e, usando citazioni bibliche, ha fatto un appello alla riconciliazione. Durante le udienze, numerosi testimoni avevano raccontato che il sacerdote collaborava con la dittatura come informatore ed 'agente segreto; e che collaborava agli interrogatori nelle prigioni e alle torture. (AGI)


Argentina, cappellano del regime condannato
Ergastolo per Christian von Wernich, il prete dei centri di tortura clandestini

BUENOS AIRES — Dio lo sa, disse il cappellano: «Lui sa che è per il bene del Paese ». L'assoluzione al medico militare che aveva iniettato nel cuore dei sette sovversivi un velenoso liquido rossiccio. «Un gesto patriottico — gli sollevò la coscienza Christian von Wernich —, Dio lo sa». Trent'anni dopo, grigio, attento e silenzioso, stretto e quasi soffocato dal giubbotto antiproiettile e dal colletto da prete dietro al vetro blindato del Tribunale penale numero Uno di La Plata, per quei morti, per 31 casi di tortura, per 42 sequestri illegali, il cappellano Christian von Wernich ascolta la sentenza di condanna: ergastolo, «nell'ambito del genocidio » perpetrato dai militari argentini. È la prima volta per un esponente della Chiesa. La tv pubblica trasmette il processo in diretta. Un maxischermo mostra le immagini davanti al tribunale per la folla e gli attivisti per i diritti umani arrivati in autobus da Buenos Aires.

Ieri, ultimo giorno di udienza, prima del giudice è il turno della difesa. Von Wernich ha visitato sì almeno quattro campi clandestini di reclusione nella zona di La Plata (conosciuti come Circuito Camps) negli anni della dittatura (1976-83), ma l'ha fatto — è la sua linea e quella dei suoi legali — in virtù della «sua funzione pastorale». Respinte le accuse portate in aula da oltre 70 testimoni, familiari delle vittime e sopravvissuti. Luis Velasco, tra questi: «Mi toccò il petto e ridendo disse: ti hanno bruciato tutti i peletti con la picana (strumento di tortura che dava scariche elettriche, ndr)... Non ti restano più peletti». Velasco ha raccontato di aver sentito von Wernich dire a un prigioniero sotto tortura: «Figlio mio, la vita degli uomini la decidono Dio e la tua collaborazione».


A un uomo che chiedeva quale colpa dovesse espiare la sua bimba nata nel centro di reclusione, il cappellano rispose: «I figli devono pagare la colpa dei genitori». Il sermone per i detenuti era: «Non dovete odiare quando vi torturano». Mai visto dare la comunione a qualcuno dei prigionieri che andava a trovare.


Per Velasco, von Wernich ha fatto eccezione e ha parlato per accusarlo di essere stato un collaboratore dei servizi di informazione. Ancora ieri, una battuta sulle testimonianze «impregnate di malizia ». Per il resto, muto. Ogni tanto un appunto a matita, gli occhiali da vista sul naso. Niente da dire davanti alla deposizione di Julio Emmed, polizia di Buenos Aires, che ha confessato l'esecuzione dei sette «sovversivi» ai quali era stato promesso l'esilio. Niente davanti al racconto del battesimo in cella della bimba nata da una donna del gruppo dei sette, María de las Mercedes, consegnata ai nonni con l'indicazione di «non cercare la madre, non raccontarlo a nessuno, aspettare un anno che la donna si sarebbe messa in contatto con loro dall'estero, di sperare ». E i nonni a crederci perché glielo diceva un cappellano.


Quello di von Wernich è un processo considerato simbolico in Argentina. La seconda sentenza dall'annullamento nel 2005 delle leggi di «punto finale» e «obbedienza dovuta », che avevano bloccato i processi ai golpisti. La prima dalla scomparsa del testimone Julio López, che dopo la deposizione-chiave al processo Etchecolatz (il vice-capo della polizia di Buenos Aires) è desaparecido. Uno scomparso in democrazia, trent'anni dopo la dittatura. Una nuova stagione di giustizia, ma anche di intimidazioni. Gli organismi per i diritti umani denunciano il coinvolgimento di ambienti della polizia e chiedono una commissione indipendente a condurre l'inchiesta (ora affidata proprio agli agenti). E con il sostegno del governo (soprattutto in questa fase elettorale) affermano l'intenzione di proseguire nell'accertamento delle responsabilità. «Quello che sottolinea il caso von Wernich — dice al Corriere Luis Alen, capo di gabinetto della segreteria dei diritti umani della nazione, che ha rappresentato il governo nel processo — è che la dittatura non è stata solo militare. Ma che c'è stato il coinvolgimento di altri settori della società (dalla chiesa alle imprese) che va ancora indagato».
Alessandra Coppola
fonte: Corriere della Sera

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