lunedì 1 gennaio 2018

"Celibato volontario" dopo gli abusi sessuali dei preti australiani

LONDRA, REGNO UNITO. L'orco si aggira Down Under. Dopo l'Irlanda e altri Paesi europei, lo scandalo degli abusi sessuali sui minori investe l'Australia con forza anche maggiore, riportando la Chiesa sul banco degli imputati e provocando una proposta radicale: il Vaticano dovrebbe rendere il celibato dei preti non più obbligatorio ma volontario.
Sottinteso: se i sacerdoti non hanno l'opportunità di avere rapporti sessuali alla luce del sole e crearsi una famiglia, diventano un pericolo per la comunità. Il suggerimento di abolire il celibato nel sacerdozio è contenuto nel rapporto della commissione d'inchiesta incaricato dal governo di Canberra di fare il punto sugli abusi sessuali e presentare raccomandazioni alle istituzioni.
Cinque anni di lavori hanno prodotto un dossier di 21 volumi con centinaia di indicazioni per le autorità. E con numeri impressionanti sul fenomeno: 60 mila vittime che hanno diritto a un risarcimento, 41770 richieste di soccorso, 2559 denunce, 230 procedimenti giudiziari già in corso.
Nel complesso, il 7 per cento dei religiosi cattolici australiani è stato accusato di violenze sessuali su bambini commesso dagli anni '50 ad oggi: ma nessuno è finito in prigione. I minori che hanno provato a denunciarli sono stati ignorati o addirittura puniti. «Una tragedia nazionale», l'ha definita il primo ministro Malcom Turnbull, ricevendo i risultati dell'indagine. Per la prima volta vengono rese pubbliche le atroci testimonianze delle piccole vittime. Qualcuno rinuncia all'anonimato: «Quel periodo della mia vita mi ha rubato l'innocenza e ha gettato le basi di ciò che sono diventata: una donna spaventata, pietrificata, impaurita, non degna, isolata, segregata, triste e sempre sull'orlo del suicidio», racconta Gerry Ann. I leader della chiesa cattolica d'Australia hanno tuttavia respinto l'idea di fare propria l'abolizione del celibato obbligatorio. Così come quella di togliere il segreto alla confessione.
Enrico Franceschini

(la Repubblica 16 dicembre)