Corso biblico. Torino del 14
dicembre 2018.
Le parabole evangeliche
Appunti presi durante la conferenza
di don Franco Barbero. A cura di Guido Allice
Negli ultimi decenni vi è stata una
esplosione di studi sulle parabole evangeliche, considerate come
momento centrale nel messaggio di Gesù. Si tratta di un genere
letterario molto usato nella Bibbia ebraica, soprattutto dai profeti,
perché di grande efficacia espressiva.
Per un inquadramento generale
dell'argomento si prendono in considerazione alcuni testi di esegeti
che hanno approfondito l'argomento.
Un primo autore non recentissimo, ma
molto interessante, è Pierre Grelot, il quale osserva come le
parabole di Gesù hanno lo scopo di presentare il regno di Dio, è
cioè di far capire agli uditori che cosa Dio vuole da noi, oggi, nel
quotidiano. Gesù, osserva Grelot, scompare dietro all'annuncio del
regno e porta l'attenzione sulla volontà di Dio.
Il problema è
quello di capire le parabole senza separarle dal contesto in cui sono
state pronunciate, né dalle azioni di Gesù, per coglierne il
messaggio autentico. E' molto difficile rintracciare nelle parabole
le parole che Gesù ha veramente pronunciato (la faticosa ricerca
delle ipsissima verba) e ciò che è invece elaborazione o
anche invenzione delle comunità post pasquali.
Occorre precisare che
la trasmissione del messaggio è stata in un primo tempo orale e solo
in seguito le tradizioni orali sono state messe per iscritto con
un'opera redazionale che ha prodotto delle raccolte di detti e di
narrazioni che hanno fornito il materiale per i redattori finali dei
Vangeli.
I testi non sono registrazioni di discorsi di Gesù, ma
scritti che fondono la visione di Gesù con quella dei redattori
interpreti delle comunità dei seguaci. Per risalire per quanto
possibile alle parole autentiche è utile individuare le forme
letterarie attraverso le quali si tramandavano le informazioni e
principalmente le “sentenze” ovvero insegnamenti contenuti in
brevi detti che potevano essere memorizzati ai fini della
testimonianza e della trasmissione agli altri (soprattutto ai figli o
ai bambini in generale, come era d'uso nelle famiglie ebraiche). Si
tratta di detti sapienziali che hanno una funzione pedagogica
essenziale, venivano usati dai contadini nel lavoro quotidiano, erano
una specie di manuale di missione, un patrimonio di sapienza utile a
tutti.
Questo genere letterario si trova soprattutto nei libri
sapienziali come i Proverbi e nella fonte Q (ipotetica fonte
contenente i passi che si ritrovano quasi identici nei vangeli di
Matteo e di Luca).
Vi sono poi sentenze inquadrate in un
contesto, ad esempio collegate con una guarigione (come il detto del
sabato), le quali esprimono la memoria di Israele (e si richiamano
alle parabole dei profeti, specialmente Geremia ed Ezechiele – si
veda Ezechiele capitolo 17) e sono espressione di un cammino
personale che Gesù propone a tutti e della missione in cui egli si
sente impegnato.
In ogni caso non si tratta soltanto di
parole, nel senso di chiacchiere, ma di parole sempre correlate con i
fatti della vita (non per nulla in ebraico la parola dabar significa
al tempo stesso parola e fatto).
Il secondo autore preso in
considerazione è John Meier che ha recentemente scritto il quinto
volume della sua voluminosa opera sul Gesù storico dedicato
interamente alla parabole (L'autenticità delle parabole, volume V di
Un ebreo marginale, Queriniana). In polemica con gli esegeti che più
a fondo hanno studiato il genere delle parabole e approfondito il
difficile argomento della loro autenticità (e, in generale, della
autenticità delle parole che i vangeli mettono in bocca a Gesù)
come Dodd e Jeremias, Meier riduce drasticamente l'importanza delle
parabole nell'ambito del messaggio evangelico.
Prima di tutto
l'autore riduce di molto il numero delle parabole che certamente
possono essere attribuite a Gesù; se ne salvano solo quattro, e cioé
il chicco di senape, i fittavoli malvagi, il grande banchetto ed i
talenti. Sono invece escluse tutte le parabole di Luca, come, ad
esempio, quella notissima del buon samaritano, ritenuta attinente ad
un problema sorto nella comunità dopo la vita di Gesù.
Inoltre l'autore contesta la tesi che
le parabole appartengano alla letteratura sapienziale e sostiene che
si tratti invece di letteratura apocalittica. Lo stesso vale per le
parabole del vangelo copto di Tommaso, scritte in epoca più tarda
rispetto ai sinottici.
In secondo luogo, Gesù si
collocherebbe nella tradizione profetica (e non sapienziale) della
masal, parabola allegorica che si trova soprattutto nei libri
dei profeti, come, ad esempio, in Isaia 5,17 ed in Ezechiele, 15. Da
notare come la discussione condotta da Meier sia minuziosa, ma anche
fredda e distaccata, come una discussione accademica che pare non
considerare i testi come parola di vita.
In conclusione Meier sostiene che le
parabole sono preziose, ma hanno una importanza ridotta nella ricerca
del Gesù storico e non vengono in primo piano nell'annuncio del
regno di Dio.
Alle tesi di Meier si può obiettare che Gesù non fu
soltanto un profeta apocalittico, ma anche un maestro di sapienza. La
masal evangelica non è solo volta a spaventare con toni
apocalittici, ma anche a insegnare come camminare verso il regno di
Dio anche nelle piccole azioni quotidiane.
Viene in proposito utile ricordare la
tesi fatta propria dalla teologia dialettica (protestante) e cioè
che la salvezza viene solo per grazia di Dio. Questa affermazione va
intesa nel senso che Dio salva, ma chiede la collaborazione dell'uomo
che deve corrispondere alla sua chiamata. Le opere non producono di
per sé la salvezza, ma sono un segno di adesione all'opera salvifica
di Dio.
Gesù ha lo sguardo rivolto al futuro, ma non dimentica il
presente: il regno è in mezzo a noi già oggi e le parabole
ricordano anche questa dimensione. Noi non possiamo salvare nessuno
(in questo Lutero ha ragione: la chiesa si è impossessata della
salvezza) dobbiamo avere la speranza e nell'attesa essere operosi.
Un altro importante autore che ha
studiato le parabole è Karl Gutbrod (Guida alle parabole di Gesù,
Paideia) che evidenzia come Gesù abbia nelle parabole avvisato i
suoi discepoli sulle difficoltà della predicazione futura (cd.
Teoria dell'indurimento intenzionale). Nella parabola del seminatore
ad esempio Gesù avverte i discepoli che molti semi andranno dispersi
e pochi o nessun uditore farà attenzione alla predicazione (e
questo è un tema sapienziale). Nella cultura ebraica si diceva che
la trasmissione della parola esige un atto di libertà di chi la
riceve: per questo si dice che la parola è posta non nel cuore, ma
sopra il cuore: occorre che si apra il cuore perchè la parola sia
recepita, altrimenti si disperde.
Ancora degno di menzione è Hans Weber,
Metafore del regno di Dio, che sottolinea come le parabole invitano a
trasportare la vita oltre, contengano parole che indicano la via, il
sentiero, invitano ad andar oltre, dal verbo greco paràballein,
andar oltre, ma anche porre accanto, andare accanto (Gesù ci
accompagna nel cammino che ci indica).
Infine da segnalare il testo di Paolo
Curtaz, Parabole che aiutano a vivere, Claudiana, una molto utile
lettura spirituale delle parabole come insegnamento di vita.