giovedì 27 dicembre 2018

UN INVITO ALLA LETTURA DELLE PARABOLE

Corso biblico. Torino del 14 dicembre 2018.
Le parabole evangeliche
Appunti presi durante la conferenza di don Franco Barbero. A cura di Guido Allice

Negli ultimi decenni vi è stata una esplosione di studi sulle parabole evangeliche, considerate come momento centrale nel messaggio di Gesù. Si tratta di un genere letterario molto usato nella Bibbia ebraica, soprattutto dai profeti, perché di grande efficacia espressiva.
Per un inquadramento generale dell'argomento si prendono in considerazione alcuni testi di esegeti che hanno approfondito l'argomento.
Un primo autore non recentissimo, ma molto interessante, è Pierre Grelot, il quale osserva come le parabole di Gesù hanno lo scopo di presentare il regno di Dio, è cioè di far capire agli uditori che cosa Dio vuole da noi, oggi, nel quotidiano. Gesù, osserva Grelot, scompare dietro all'annuncio del regno e porta l'attenzione sulla volontà di Dio. 
Il problema è quello di capire le parabole senza separarle dal contesto in cui sono state pronunciate, né dalle azioni di Gesù, per coglierne il messaggio autentico. E' molto difficile rintracciare nelle parabole le parole che Gesù ha veramente pronunciato (la faticosa ricerca delle ipsissima verba) e ciò che è invece elaborazione o anche invenzione delle comunità post pasquali. 
Occorre precisare che la trasmissione del messaggio è stata in un primo tempo orale e solo in seguito le tradizioni orali sono state messe per iscritto con un'opera redazionale che ha prodotto delle raccolte di detti e di narrazioni che hanno fornito il materiale per i redattori finali dei Vangeli.
 I testi non sono registrazioni di discorsi di Gesù, ma scritti che fondono la visione di Gesù con quella dei redattori interpreti delle comunità dei seguaci. Per risalire per quanto possibile alle parole autentiche è utile individuare le forme letterarie attraverso le quali si tramandavano le informazioni e principalmente le “sentenze” ovvero insegnamenti contenuti in brevi detti che potevano essere memorizzati ai fini della testimonianza e della trasmissione agli altri (soprattutto ai figli o ai bambini in generale, come era d'uso nelle famiglie ebraiche). Si tratta di detti sapienziali che hanno una funzione pedagogica essenziale, venivano usati dai contadini nel lavoro quotidiano, erano una specie di manuale di missione, un patrimonio di sapienza utile a tutti. 
Questo genere letterario si trova soprattutto nei libri sapienziali come i Proverbi e nella fonte Q (ipotetica fonte contenente i passi che si ritrovano quasi identici nei vangeli di Matteo e di Luca).
Vi sono poi sentenze inquadrate in un contesto, ad esempio collegate con una guarigione (come il detto del sabato), le quali esprimono la memoria di Israele (e si richiamano alle parabole dei profeti, specialmente Geremia ed Ezechiele – si veda Ezechiele capitolo 17) e sono espressione di un cammino personale che Gesù propone a tutti e della missione in cui egli si sente impegnato.
In ogni caso non si tratta soltanto di parole, nel senso di chiacchiere, ma di parole sempre correlate con i fatti della vita (non per nulla in ebraico la parola dabar significa al tempo stesso parola e fatto).
Il secondo autore preso in considerazione è John Meier che ha recentemente scritto il quinto volume della sua voluminosa opera sul Gesù storico dedicato interamente alla parabole (L'autenticità delle parabole, volume V di Un ebreo marginale, Queriniana). In polemica con gli esegeti che più a fondo hanno studiato il genere delle parabole e approfondito il difficile argomento della loro autenticità (e, in generale, della autenticità delle parole che i vangeli mettono in bocca a Gesù) come Dodd e Jeremias, Meier riduce drasticamente l'importanza delle parabole nell'ambito del messaggio evangelico.
 Prima di tutto l'autore riduce di molto il numero delle parabole che certamente possono essere attribuite a Gesù; se ne salvano solo quattro, e cioé il chicco di senape, i fittavoli malvagi, il grande banchetto ed i talenti. Sono invece escluse tutte le parabole di Luca, come, ad esempio, quella notissima del buon samaritano, ritenuta attinente ad un problema sorto nella comunità dopo la vita di Gesù.
Inoltre l'autore contesta la tesi che le parabole appartengano alla letteratura sapienziale e sostiene che si tratti invece di letteratura apocalittica. Lo stesso vale per le parabole del vangelo copto di Tommaso, scritte in epoca più tarda rispetto ai sinottici.
In secondo luogo, Gesù si collocherebbe nella tradizione profetica (e non sapienziale) della masal, parabola allegorica che si trova soprattutto nei libri dei profeti, come, ad esempio, in Isaia 5,17 ed in Ezechiele, 15. Da notare come la discussione condotta da Meier sia minuziosa, ma anche fredda e distaccata, come una discussione accademica che pare non considerare i testi come parola di vita.
In conclusione Meier sostiene che le parabole sono preziose, ma hanno una importanza ridotta nella ricerca del Gesù storico e non vengono in primo piano nell'annuncio del regno di Dio. 
Alle tesi di Meier si può obiettare che Gesù non fu soltanto un profeta apocalittico, ma anche un maestro di sapienza. La masal evangelica non è solo volta a spaventare con toni apocalittici, ma anche a insegnare come camminare verso il regno di Dio anche nelle piccole azioni quotidiane.
Viene in proposito utile ricordare la tesi fatta propria dalla teologia dialettica (protestante) e cioè che la salvezza viene solo per grazia di Dio. Questa affermazione va intesa nel senso che Dio salva, ma chiede la collaborazione dell'uomo che deve corrispondere alla sua chiamata. Le opere non producono di per sé la salvezza, ma sono un segno di adesione all'opera salvifica di Dio. 
Gesù ha lo sguardo rivolto al futuro, ma non dimentica il presente: il regno è in mezzo a noi già oggi e le parabole ricordano anche questa dimensione. Noi non possiamo salvare nessuno (in questo Lutero ha ragione: la chiesa si è impossessata della salvezza) dobbiamo avere la speranza e nell'attesa essere operosi.
Un altro importante autore che ha studiato le parabole è Karl Gutbrod (Guida alle parabole di Gesù, Paideia) che evidenzia come Gesù abbia nelle parabole avvisato i suoi discepoli sulle difficoltà della predicazione futura (cd. Teoria dell'indurimento intenzionale). Nella parabola del seminatore ad esempio Gesù avverte i discepoli che molti semi andranno dispersi e pochi o nessun uditore farà attenzione alla predicazione (e questo è un tema sapienziale). Nella cultura ebraica si diceva che la trasmissione della parola esige un atto di libertà di chi la riceve: per questo si dice che la parola è posta non nel cuore, ma sopra il cuore: occorre che si apra il cuore perchè la parola sia recepita, altrimenti si disperde.
Ancora degno di menzione è Hans Weber, Metafore del regno di Dio, che sottolinea come le parabole invitano a trasportare la vita oltre, contengano parole che indicano la via, il sentiero, invitano ad andar oltre, dal verbo greco paràballein, andar oltre, ma anche porre accanto, andare accanto (Gesù ci accompagna nel cammino che ci indica).
Infine da segnalare il testo di Paolo Curtaz, Parabole che aiutano a vivere, Claudiana, una molto utile lettura spirituale delle parabole come insegnamento di vita.