lunedì 10 ottobre 2022

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I racconti di miracolo hanno forse una parola evangelica per quei credenti che sono impegnati nell'attività politica. Colui che fa politica, intesa come impegno di liberazione e servizio al popolo, attua la pratica del possibile. Egli, praticando il possibile, è come un seminatore che... semina il possibile ed... aspetta l’impossibile: lo attende dalla mano di Dio. Si tratta di vedere il possibile come seme dell'impossibile. È la speranza evangelica che ci situa in questo orizzonte perché noi leggiamo oggi i racconti di miracolo mettendoli in rapporto al regno di Dio che viene: in questo «aprirci» alla prospettiva del regno sta forse uno dei significati più profetici delle pagine bibliche dei miracoli.

 


 

 

Facciamo in modo che la nostra lettura dei racconti di miracolo non sia bloccata, ma aperta. Lasciamo che il miracolo fiorisca! L'operazione positivistica di 'fissare' il miracolo in un solo significato è un procedimento che imprigiona il testo e la fede. La serietà esegetica e l’ossigeno della fede biblica distruggono queste trappole che funzionano da scatole chiuse e mortifere. La parola biblica non può essere incatenata: ne va la sua forza e ‘verità’. Lasciamo che essa «scoppi» e sprigioni tutti i sensi in essa presenti e possibili. Non è affatto l'invito ad una lettura selvaggia, ma rigorosa e creativa: due elementi che non possono essere separati, che non sono incompatibili. Il rigore della scienza biblica ci preserva dall'arbitrio e dalle fantasie bizzarre; la creatività, inserendosi nel più genuino senso ebraico delle scritture, permette alla lettura di fede di mettere al primo posto il rapporto vivente tra Dio e il lettore credente, evitando le mummificazioni sacrali del testo.

Su questa strada ci sospinge, con felice intuito di studioso e di credente, Xavier Léon-Dufour nell'opera più volte citata:

«Di fronte all'esigenza di redigere un tentativo di sintesi neotestamentaria sui racconti di miracolo, ho creduto a lungo che fosse possibile ricondurre a un'unità le prospettive presenti nel Nuovo Testamento. Poi ho capito che avrei potuto farlo soltanto imponendo un principio di unità estraneo al testo. Ho rinunciato allora al metodo classico della Redaktionsgeschiches, prendendo le mie distanze dai contributi precedenti sui Sinottici. Ciò non vuole assolutamente essere una critica, ma un punto di vista diverso, più globale e che mi ha portato ad essere più cauto a proposito del 'senso' dei racconti di miracolo.

Ora, il più delle volte, si chiede all'esegeta di fornire il senso dei racconti analizzati. Se con ciò si intende che venga precisato il modo in cui si presenta e si forma il racconto di miracolo, certo l'esegeta deve indicare quel senso. Ma ordinariamente quando si parla di ‘senso’ si intende il messaggio del contenuto veicolato dal racconto, un po' come se un critico d'arte dovesse dire come un'opera di pittura ci diventa contemplazione, mentre lui non può far altro che indicare la genesi artistica, invitando lo spettatore a lasciarsi influenzare e impregnare personalmente dall'opera nella sua globalità. Al critico, il lavoro di iniziazione alla genesi dell'opera, ma a colui che contempla, la ricerca di un ‘senso’, il quale dipende in ultima istanza dall'incontro dello spettatore con l'opera. Il senso quindi è multiplo, anche se non si ha il diritto di trarre dal testo arbitrariamente un qualsiasi senso.

Lungi dal proporre una 'sintesi' che raccogliesse tutti gli elementi, spero di aver messo il lettore in presenza di una struttura che apre su un certo numero di ulteriori possibilità e di aver manifestato la continuità dinamica che unisce il testo alla tradizione vivente. Il lettore di oggi è lui stesso inserito in questa tradizione vivente: l’attualizzazione del testo è affidata anche a lui perché la Parola di Dio continui a parlare» (pag. 285).

 

 

 

 

Per documentare adeguatamente le influenze dei racconti di risurrezione del Vecchio Testamento su quelli del Nuovo, ecco una esemplare elaborazione di FRANZ-ELMAR WILMS, tratta dal volume I miracoli nell'Antico Testamento (pagg. 304-307):

 

La risurrezione della figlia di Giairo

(Mc 5,21-24,35-43)

1. Testo

Giairo, uno dei capi della sinagoga, chiede a Gesù di guarire sua figlia... Ma, mentre Gesù compie la guarigione dell'emorroissa, vengono a comunicare che la bambina è già morta. «Non temere...», dice Gesù a Giairo; va a casa sua, fa allontanare tutti tranne il padre, la madre «e quelli che erano con lui», e fa «alzare» la bambina.

 

2. Forma

Il lettore ha davanti a sé una narrazione miracolosa di risurrezione di un morto, proveniente da una silloge (cioè raccolta, ndr) premarciana di storie di miracoli.

Articolazione:

1) entrata in scena di un tipico rappresentante dell'uomo bisognoso di aiuto (v. 22a);

2) preghiera di aiuto (v. 22b.23);

3) guarigione (v. 41);

4) constatazione della risurrezione (v. 42a);

5) dimostrazione (v. 42b.43b);

6) ammirazione (v. 42d). 

 

3. Interpretazione

21: il redattore della silloge premarciana parla di una traversata di Gesù sul mare di Galilea.

22: il racconto della risurrezione di un morto comincia con l'entrata in scena dell’uomo che cerca aiuto, il capo della sinagoga Giairo. Il nome significa «egli, Dio, sveglierà», e può essere compreso come una promessa. La genuflessione dimostra l’urgenza della preghiera e il riconoscimento di Gesù (cf. 2Re 4,27.37).

23s.: il capo della sinagoga prega per sua figlia che sta per morire, e invita Gesù a recarsi immediatamente a imporle le mani. Questo gesto è abituale nell'ambito dei miracoli di guarigione dell'ellenismo: deve servire alla guarigione. Gesù segue l'orante, circondato dalla folla.

35: dopo la frapposta guarigione dell'emorroissa, l'uditore/lettore riceve l'impressione che la figlia di Giairo sia morta per l'indugio di Gesù. La relativa comunicazione, proveniente dalla casa del capo della sinagoga, è venata di scetticismo. Il racconto registra un crescendo con la gente che dice: non vale più la pena disturbare ancora il Maestro.

36: con la formula di conforto «Non temere!» Gesù affronta la paura della morte. Vi corrisponde l’esortazione a credere: Giairo non deve rinunciare alla fiducia nel taumaturgo. Dio, per mezzo di Gesù, richiamerà in vita la morta (motivo preponderante).

37: come d'abitudine in queste storie di miracoli, il pubblico viene allontanato; rimangono a testimoniare questo grandissimo miracolo di Gesù soltanto tre dei primi discepoli chiamati dal Maestro, i quali erano già stati testimoni oculari dei primi prodigi. Marco dà valore alla testimonianza apostolica della tradizione.

38-40: la morta viene risuscitata in casa (cf. 1Re 17,19-23; 2Re 4,4.33: nemmeno nell'Antico Testamento il pubblico può assistere). Il lamento funebre deve sottolineare la realtà della morte ed escludere una morte apparente. Gesù esige ancora una volta fede. Con un'espressione enigmatica egli dice che la fanciulla non è morta, ma dorme soltanto. R. Pesch commenta: « La parola di Gesù ha senso escatologico... Nella fanciulla morta egli percepisce già la vita da lui evocata». I presenti. scettici, deridono Gesù. Egli li allontana: soltanto i genitori della fanciulla e i tre discepoli sono testimoni dell'avvenimento (cf. 1Re 17,19 e 2Re 4,33).

41: la guarigione avviene con il gesto salvifico e con il corrispondente imperativo salvifico. La parola, tramandata in aramaico, fa concludere a uno stadio aramaico della tradizione. L'espressione ha qui l'apparenza di una parola magica pronunciata in una lingua straniera e mette in evidenza il potere miracoloso del taumaturgo. Ma l'autore non ha concepito l'espressione come una parola magica, che va vista invece nel motivo del «crescendo»: Gesù non ha bisogno né di preghiere né di maneggi per la risurrezione della fanciulla; egli risuscita con la parola e con il  contatto (cf. invece 1Re 17,21s.; 2Re 4,33-37).

42: il risultato è immediato e viene constatato. A dimostrazione servono le azioni della fanciulla, che si mette a camminare e a mangiare. La meraviglia dei testimoni oculari si esprime in un terrore numinoso di fronte all'epifania di Dio nel miracolo.

43: l'imposizione del segreto, che è in un certo contrasto con la meraviglia, corrisponde all'allontanamento del pubblico (vv. 37,40). Una imposizione di tacere si trova anche in 2Re 2,3.5. Il miracolo è ancora una volta verificato: la fanciulla deve ricevere da mangiare; chi può mangiare, è vivo (cf. 1Re 17,22; 2Re 4,35 del testo ebraico: il ragazzo starnutisce sette volte e sbatte gli occhi).

 

4. Situazione di origine

Esisteva probabilmente agli inizi della tradizione un racconto di guarigione miracolosa, in favore del quale parlano il gesto salvifico, la parola salvifica e la prima dimostrazione. Secondo R. Pesch «il racconto della guarigione, che indicava la professione e il nome del padre, nonché l'età della fanciulla sulla base di questi dati concreti..., può essere considerato come tradizione di un'azione salvifica di Gesù». Essa ha pertanto fondamento nella vita del Gesù storico.

Secondo il motivo del «crescendo» (qui vi è uno che è più di un profeta) il racconto della guarigione fu trasformato, sotto l'influsso delle tradizioni attinenti a Elia e Eliseo, in un racconto di risurrezione di un morto. In Galilea si incrociavano idee giudaiche ed ellenistiche. Lì è sorta, prima del 65 a.C., la silloge delle storie di miracoli, alla quale va attribuita l'elaborazione del racconto qui analizzato.

 

5. Intenzione

La silloge dei racconti miracolosi ha inequivocabilmente fini missionari. Il racconto della risurrezione intende, con il motivo del «crescendo» e il rimando ai modelli veterotestamentari, che Gesù è il vincitore della morte e il profeta escatologico, nel quale Dio opera direttamente. Gesù è l'uomo di Dio che supera gli uomini di Dio dell'Antico Testamento, il figlio di Dio, e in lui Jahvé manifesta il suo potere salvifico (cf. Mc 3, 11).

 

Excursus:

Dio ha risvegliato dei morti alla vita?

Non si tratta qui della domanda che cosa Dio possa. La domanda è: Ha Dio effettivamente richiamato dei morti alla vita terrena, come si racconta in alcuni passi della Bibbia? La risposta a questa domanda dipende dall'intenzione delle asserzioni e dall'affidabilità delle fonti di cui ci si avvale.

Elia ed Eliseo, Gesù, Pietro e Paolo, secondo i racconti biblici, hanno risuscitato dei morti. Azioni del genere vengono attribuite anche a rabbini e fonti ellenistiche narrano qualche cosa di analogo.

Allo stato attuale della scienza non è possibile rispondere con un chiaro -«sì» o «no» alle domande sui dati di fatto. Infatti i testi di cui disponiamo contengono un annuncio. Le loro fonti sono racconti popolari e non hanno origine da specialisti in medicina né sono interessate a esprimersi in linguaggio medico. In secondo luogo, gli autori dell'Antico Testamento hanno una grande familiarità con il concetto di « morte». «Tu infatti hai potere sulla vita e sulla morte; conduci giù alle porte degli inferi e fai risalire» (1Sam 2,6; Sap 16,13). Questa proposizione parla della morte in senso lato: di scampo da un pericolo mortale. L'ammalato, il perseguitato e l'oppresso s'immaginano già nello sheol, il mondo dei morti, dal quale Dio nuovamente li libera (Sal 18,5s.; 30,4: 40,3; 56,14; Sir 51,2 e passim). Questi autori fanno un tutt’uno della morte, presa in senso lato, con il pericolo di vita, la sfera della morte, la malattia, la persecuzione e simili. I concetti non sono quindi applicati con precisione nell'Antico Testamento ed è impossibile raggiungere una definitiva chiarezza sull’intenzione delle singole affermazioni. In ogni caso una cosa resta ben certa: l'orante, che versava in angustie, fu soccorso.

 

6. Portatore della tradizione

Tutti i racconti miracolosi della silloge premarciana sono narrati in una prospettiva giudeo-cristiana. I trasmittenti erano quindi giudeo-cristiani e tentarono di formulare la loro cristologia sotto l’aspetto della missione.

Perciò il giudizio sui racconti miracolosi del Nuovo Testamento dato da A. Weiser deve essere applicato, a maggior ragione, ai testi dell'Antico Testamento: «Secondo la mia opinione, dal complesso del materiale delle fonti, non emerge con sufficiente certezza che anche solo in un singolo caso un uomo effettivamente morto sia ritornato alla vita terrena:

a) nei racconti in cui la morte può presupporsi certamente avvenuta, il risveglio non è garantito con sufficiente sicurezza;

b) nei racconti in cui si può presupporre con sicurezza un'azione che si definiva risveglio, non è certo l'effettivo stato di morte;

c) nei racconti in cui ambedue - morte e risurrezione - sono messe in evidenza con tutta chiarezza..., il carattere del racconto è così fortemente improntato all'annuncio della salvezza che si può mettere giustamente in dubbio la storicità dei particolari.

I racconti di risurrezione non intendono essere informazioni su dati di fatto. È quindi improprio porsi il quesito del dato di fatto a proposito di tali racconti. Quelli presenti nel ciclo di Elia ed Eliseo sono tradizioni popolari, che furono trasmesse a lode degli uomini di Dio. Non si trova in essi alcun annuncio di salvezza. I racconti di risurrezione del Nuovo Testamento hanno uno sfondo completamente diverso, in quanto essi vennero trasmessi nella comunità cristiana dopo la risurrezione di Gesù, alla luce di questo miracolo».

 

(continua)